Chiamatemi Ismaele

La prima volta che ho letto Moby Dick, direi forse quindici anni fa, ho cominciato tutta baldanzosa, complice un incipit immortale, e ho finito che non ne potevo più. Volevo scendere a terra, ne avevo abbastanza dei deliri di quel pazzo del capitano Achab e onestamente mi ero stufata di tutti quei capitoli sulla classificazione delle balene, sulla testa del capodoglio, sulle pinne del capodoglio, sulla coda del capodoglio… Così ho accolto l’ultima pagina del romanzo con un certo sollievo e l’ho messo da parte, ma poi negli anni ho continuato a pensarci. Mi sembrava un libro con cui non ero riuscita a fare amicizia ma che, nella sua pesantezza, forse aveva ancora qualcosa da dirmi. M’immaginavo ogni tanto a girare con Ismaele tra le locande e nel porto di Nantucket, pensavo alle baleniere che vagavano per anni da un oceano all’altro e mi veniva in mente Queequeg, il ramponiere selvaggio, col suo idoletto di legno e tutti i suoi tatuaggi.

Poi, un paio d’anni fa, ho saputo che Moby Dick è ispirato a una storia vera. L’ho scoperto grazie a questo film:

Oddio, per la verità c’era scritto anche nell’introduzione del romanzo, ma diciamo che è stato merito di questo film se ho registrato l’informazione in maniera più consapevole. Magie di Hollywood…

Il titolo comunque non mi era nuovo. Così sono andata a spulciare su internet e ho ripescato una vecchia recensione che avevo letto un bel po’ di tempo prima, senza prestare molta attenzione. Parlava di un libro uscito nel 2000: Nel cuore dell’oceano. La vera storia della baleniera Essex, di Nathaniel Philbrick (ora pubblicato anche col titolo Heart of the sea. Le origini di Moby Dick, Elliot, 2015, 320 pagine). L’ho comprato e ho scoperto che è un libro bellissimo, potente e crudo, scritto da uno storico americano che potrebbe benissimo fare il romanziere… cosa che tra parentesi a Hollywood hanno capito perfettamente, perché è gente che ha fiuto per le storie.

È andata a finire che non sono riuscita a staccarmi dalle pagine. Lui, che mi vedeva sempre più persa fra le acque del Pacifico, alla fine si è arreso, ha preso l’e-book e mi ha seguito nel viaggio. Un viaggio che comincia nel 1819 fra le strade e il porto di Nantucket, nella vita quotidiana di questi quaccheri che facevano affari d’oro con l’olio di balena, e s’interrompe bruscamente poco più di un anno dopo al largo delle coste dell’Ecuador, quando la baleniera Essex viene attaccata e affondata da un enorme capodoglio. Inizia così la tremenda odissea dell’inesperto capitano George Pollard, dell’ambizioso primo ufficiale Owen Chase e degli altri naufraghi, alla deriva in tre lance nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, con le poche provviste di cibo e d’acqua che sono riusciti a recuperare prima che la nave colasse a picco. L’autore narra con partecipazione tutte le tribolazioni, le speranze, gli errori dello sventurato equipaggio, fino alla drammatica scelta, dettata dalla disperazione, di cibarsi della carne dei compagni morti lungo il percorso. Di venti persone ne sopravvissero otto. La lancia di Chase fu recuperata 89 giorni dopo il naufragio, quella di Pollard 93 giorni dopo, mentre della terza lancia non si seppe più nulla.

Finito il libro, ci siamo messi a organizzare le vacanze. Sapevamo già che saremmo andati negli Stati Uniti, in un percorso on the road da New Orleans a New York. A quel punto, ho pensato, allungarci fino a un’isoletta ventosa dell’Atlantico diventava anche fattibile… E così, con Moby Dick nello zaino, in un giorno di fine agosto sono finalmente sbarcata a Nantucket pure io.

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L’isola è proprio come nei libri, un banco di sabbia spazzato dal vento, l’insenatura del porto con le casette di legno e balene dappertutto.

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Abbiamo trovato la casa di George Pollard, il capitano della Essex. Adesso è diventata un negozio di souvenir, ma ci hanno messo una targa per ricordarlo. Dopo il disastro della Essex gli fu affidata una seconda nave, ma naufragò anche quella incagliandosi in una secca. Il capitano finì i suoi giorni facendo il guardiano notturno di Nantucket, vivendo serenamente accanto alla moglie e osservando ogni anno un giorno di digiuno per ricordare i compagni scomparsi.

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Abbiamo trovato anche la tomba di Owen Chase. Ci abbiamo messo una vita anche perché per entrare nel New North Cemetery ci siamo praticamente infilati in mezzo a una siepe, ma alla fine ci siamo sentiti due veri Indiana Jones. Nel cimitero per la verità c’eravamo solo noi e chi passava lungo la strada ci guardava con aria perplessa. Ho il vago sospetto che non avessero colto il nostro spirito avventuroso e si chiedessero che cavolo ci facevamo là… Comunque, per chi fosse curioso di saperlo, Chase ebbe poi per mare una carriera fortunata, a differenza del capitano Pollard. In vecchiaia iniziò però ad essere tormentato da incubi terribili, prese l’abitudine di nascondere il cibo in cantina e fu dichiarato infermo di mente. Poveraccio.

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Abbiamo visitato il Nantucket Whaling Museum, che contiene tutto quello che avreste voluto sapere sulle balene e sulle baleniere e non avete mai osato chiedere. Contiene anche una balena intera, per la verità. E una cordicella intrecciata da uno dei naufraghi dell’Essex durante quegli interminabili giorni trascorsi alla deriva…

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Nel frattempo ho anche riletto Moby Dick, lentissimamente, poche pagine per volta. È durato mesi. È stato bellissimo. Mi sono goduta Nantucket nelle pagine di Melville, mi sono goduta l’oceano, mi sono goduta l’equipaggio multicolore e mi sono goduta pure la testa del capodoglio, le pinne del capodoglio, la coda del capodoglio… Ho conservato una certa antipatia per il capitano Achab, ma ho capito di avere fra le mani un libro epico.

E adesso, chiamatemi Ismaele.

USA Est (779)

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