Chi ben comincia

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa − non importa quanti esattamente − avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in strada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrirebbero, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano.

Va bene, lui non ha bisogno di presentazioni. Appena dici «Chiamatemi Ismaele», quasi tutti magicamente pensano a una nave, a un capitano pazzo e a una balena bianca. Poi sì, ci sono anche quelli che ti guardano imbarazzati (… Ismaele chi?), ma questa è un’altra storia e pazienza, non sanno quello che si perdono. Comunque non sono in molti: anche chi non ha mai letto Moby Dick in genere sa come comincia, perché «Chiamatemi Ismaele» è come «Nel mezzo del cammin di nostra vita», magari non è che hai letto proprio tutti tutti tutti i canti del Purgatorio e del Paradiso, ma «Nel mezzo del cammin di nostra vita» ti sarà pur capitato una volta davanti agli occhi, no?

Quando lessi le prime righe di Moby Dick, tanti anni fa, finii subito dall’altra parte del mondo, pronta a imbarcarmi con Ismaele sulla prima baleniera che mi fosse capitata a tiro. Considerando che nella vita vera sono una delle persone più schizzinose del mondo e che la mia propensione per l’avventura è pari a “in tenda ci dormi te, io vado in albergo”, non era una cosa da poco.  Ero entrata in un mondo nuovo e non vedevo l’ora di esplorarlo, quelle prime righe mi sembravano una promessa di avventure e di meraviglie. D’altra parte non sono io la prima a pensare che questo sia uno degli incipit più belli di tutta la storia della letteratura… Poi vabbè. Vorrei dire che ho per tutto Moby Dick l’amore che ho per la sua formidabile prima pagina, ma no. Ci sono state le avventure e le meraviglie e c’è stata pure la noia di quei capitoli che sembrano un trattato di cetologia, c’è stata la folle ossessione del capitano Achab che alla lunga ha iniziato a respingermi, c’è stata alla fine un po’ di voglia di scendere a terra perché avevo bisogno di altri panorami, altre atmosfere e tutto quel pathos così violento iniziava a soffocarmi. Insomma, come per i marinai del Pequod anche per me l’inseguimento di Moby Dick è stato un viaggio lungo e faticoso. Bello sì, ma non il mio viaggio ideale.

Resta il fatto che, senza quella fantastica prima pagina, io forse sul Pequod non ci sarei mai salita. Questo mi ha fatto pensare a tutti gli incipit che negli anni, per un verso o per l’altro, mi hanno colpito e mi hanno promesso grandi cose. Questa è la mia piccola antologia.

Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza  e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione. Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi; eravamo tutti diretti al cielo, eravamo tutti diretti a quell’altra parte − a farla breve, gli anni erano così simili ai nostri,  che alcuni i quali li conoscevano profondamente sostenevano che, in bene o in male, se ne potesse parlare soltanto al superlativo. Un re dalla grossa mandibola e una regina dall’aspetto volgare sedevano sul trono d’Inghilterra; un re dalla grossa mandibola e una regina dal leggiadro volto, sul trono di Francia. In entrambi i Paesi ai signori dalle riserve di Stato del pane e del pesce era chiaro più del cristallo che tutto in generale andava nel miglior ordine possibile e nel più duraturo assetto del mondo.

Charles Dickens, Racconto di due città

Be’ ovviamente Dickens è capacissimo di mantenere quel che promette. Perdersi fra le sue pagine è una delle sensazioni migliori, sempre.

Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.

Lev Tolstoj, Anna Karenina

Questa è una grande verità e quel genio di Tolstoj te la butta lì come se fosse una cosa ovvia, ma io prima di leggere Anna Karenina non mi ero mai soffermata a rifletterci. Poi diciamo che non ho potuto farne a meno, perché tutto il resto del libro parla di famiglie felici e famiglie infelici, con grande sottigliezza e con attenzione. I personaggi sono vivissimi e verissimi, come sempre in Tolstoj, e provano sentimenti e fanno scelte che condizionano per sempre le loro vite, e magari oggi non sarebbe così inesorabile questo per sempre, ma allora lo era, o almeno per l’autore lo era, e tu non hai altra scelta che gioire con Kitty e Levin e soffrire con Anna e andare avanti, perché quel disgraziato di Tolstoj scrive così bene che tanto non puoi smettere…

Era nato col dono del riso e la sensazione che il mondo fosse folle. E questo era tutto il suo patrimonio.

Rafael Sabatini, Scaramouche

Oh, questo lo adoro. Lo conoscono in pochi, forse qualcuno in più ora che la Donzelli lo ha ripubblicato… Un romanzo di cappa e spada ambientato all’epoca della Rivoluzione francese, un protagonista cinico che prima fa l’avvocato, poi per i casi della vita e dei romanzi si ritrova a fare il commediante e alla fine diventa spadaccino spinto dagli ideali. Rafael Sabatini non è Melville, non è Dickens e non è Tolstoj, ma scrive dialoghi dalle battute folgoranti e sa tenere il lettore incollato alle pagine. Se poi il lettore in questione è pure amante del genere cappa e spada, come me, allora proprio non c’è scampo…

Era una gioia appiccare il fuoco.
Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia. Col suo elmetto simbolicamente numerato 451 sulla stolida testa, con gli occhi tutta una fiamma arancione al pensiero di quanto sarebbe accaduto la prossima volta, l’uomo premette il bottone dell’accensione, e la casa sussultò in una fiammata divorante che prese ad arroventare il cielo vespertino, poi a ingiallirlo e infine ad annerirlo. Egli camminava dentro una folata di lucciole. Voleva soprattutto, come nell’antico scherzo, spingere un marshmallow su un bastone dentro la fornace, mentre i libri, sbatacchiando le ali di piccione, morivano sulla veranda e nel giardinetto della casa, salivano in vortici sfavillanti e svolazzavano via portati da un vento fatto nero dall’incendio.

Ray Bradbury, Fahrenheit 451

Un vero incubo che ci si materializza davanti agli occhi. Terribile e perfetto. Amo Bradbury e il romanzo è bellissimo, non poteva cominciare meglio di così: in mezzo alle fiamme e al disastro. Per tutto il tempo hai questi incendi davanti agli occhi, questi libri che finiscono in cenere e scintille e continui a chiederti come sia possibile, e se qualcuno riuscirà a fermare la catastrofe. E poi pensi ai roghi di libri che sono stati fatti davvero e ti sale la rabbia, e devi continuare a leggere, per forza.

E per finire naturalmente l’immortale:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ora, per me già solo il fatto che Dante abbia pensato di raccontare un viaggio attraverso i tre i regni dell’Oltretomba, che è insieme un’avventura, una scoperta, un’enciclopedia del sapere e soprattutto un percorso verso la salvezza è qualcosa di incredibile: devi essere pazzo per concepire un progetto del genere. Pazzo oppure straordinariamente ambizioso, e geniale. Figuriamoci poi per portarlo a compimento. Tutto. E pure in rima. Veramente, per me Dante è inarrivabile. Il che non significa che io sia andata in estasi a ogni canto del Purgatorio e del Paradiso eh, ci sono pure quelli noiosetti, ma insomma, è normale: d’altra parte gli antichi dicevano che anche il bravo Omero talvolta sonnecchia. Comunque, tornando all’incipit… La selva oscura è il peccato, dicono i commenti. E sicuramente è vero, ma non posso fare a meno di pensare anche a tutte le avventure e le fiabe in cui il protagonista si perde nel bosco: è un tema ricorrente, universale. Poi sì, lo so che ovviamente c’è una certa differenza fra Dante e Pollicino, per dire, ma penso che uno dei motivi per cui si continua a leggere la Commedia sia il fatto che può parlare a tutti: al di là della lingua difficile, al di là della politica dei Guelfi e dei Ghibellini, prima di tutto la storia comincia da un uomo che a un certo punto si è guardato intorno e ha capito di aver perso la strada. C’è qualcuno a cui non sia successo, almeno una volta nella vita?

E voi? Quali sono i vostri incipit preferiti?

 

M-inizio

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6 pensieri riguardo “Chi ben comincia

  1. Come ti capisco! Anch’io ho una vera passione per gli incipit. Ne leggo quando vado in libreria, anche se non ho intenzione di leggere il romanzo in questione. E’ che mi piacciono proprio gli incipit! Se ti interessa, sul mio blog ne ho messi un po’ in una sezione dedicata…. ciao, Pina

    Piace a 1 persona

    1. E’ bellissima la tua sezione sugli incipit! Ho dato uno sguardo veloce e ce ne sono parecchi che mi piacciono, ma devo assolutamente leggere poi con più calma… Una curiosità, perché ho visto che lo hai citato: l’hai letto “Amiche di penna”? Perché questa corrispondenza fra Madame Bovary e Anna Karenina mi intriga parecchio… 🙂

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  2. Come fa intendere la vignetta di Snoopy, un inizio promettente deve sapere mantenere la promessa anche in seguito, altrimenti casca l’asino 😉 Bello questo post, ne potresti fare una rubrica periodica.
    Aggiungo due incipit a mio parere irresistibili, di romanzi che meritano una lettura:
    Sono un uomo malato… Sono un uomo maligno. Non sono un uomo attraente. Credo che mi faccia male il fegato. Del resto, non me ne intendo un acca della mia malattia e non so con certezza che cosa mi faccia male. Non mi curo e non mi sono curato mai, sebbene la medicina e i dottori li rispetti. Inoltre, sono anche superstizioso all’estremo; bè, almeno abbastanza da rispettare la medicina. (Sono sufficientemente istruito per non essere superstizioso, ma sono superstizioso) . (Memorie del sottosuolo, Fedor Dostoevskij)
    Mangiarono pochissimo o niente. Le portate, sebbene più ricche dell’ordinario, per come s’era ingegnato di condirle un secondino volenteroso, avevano un sapore nemico, né v’era boccone che in gola non diventasse una cenere. L’inappetenza, si sa, è d’obbligo nelle serate d’addio. Per cui, essendo l’esecuzione fissata ai primi barlumi dell’indomani, il barone non finiva di accalorarsi per questa ipocrisia di concedere ai condannati inutili ghiottonerie, mentre non si aveva scrupolo di attossicargliele col pensiero della scadenza imminente. (Le menzogne della notte, Gesualdo Bufalino)
    Per quanto riguarda i contemporanei, ho trovato bellissimo l’incipit dell’ultimo libro che ho letto, troppo lungo per riportarlo intero, ribatto solo le prime righe: Il cuore di Simon Limbres. Cosa sia questo cuore umano, dall’istante in cui ha cominciato a battere più forte, alla nascita, quando altri cuori là intorno acceleravano a loro volta salutando l’evento, che cosa sia questo cuore, cosa l’abbia fatto balzare, vomitare, crescere, danzare in un valzer leggero come una piuma, o pesare come un macigno, cosa l’abbia stordito, cosa l’abbia fatto struggere – l’amore; che cosa sia il cuore di Simon Limbres, che cosa abbia filtrato, registrato, archiviato, scatola nera di un corpo di vent’anni, nessuno lo sa davvero, soltanto un’immagine in movimento creata da ultrasuoni potrebbe restituirne l’eco, mostrare la gioia che dilata e la tristezza che contrae (….) (Riparare i viventi, Maylis de Kerangal)

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    1. L’incipit di Bufalino non me lo ricordavo, ma quel libro è meraviglioso! Letto due volte, a distanza di anni… E anche su Dostoevskij sfondi una porta aperta.
      I contemporanei invece li frequento un po’ meno, ma come dicevo sul tuo blog questo titolo me lo segno, devo solo mettere da parte un po’ di coraggio per leggerlo…
      E grazie, l’idea della rubrica sarebbe carina! 🙂

      Piace a 1 persona

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