Capitano Alatriste

C’è un’opinione sbagliata per cui la letteratura deve necessariamente essere profonda e noiosa, oppure divertente e superficiale. Questo è falso: deve essere insieme profonda e amena, deve far riflettere e divertire…

(Arturo Pérez-Reverte)

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Questa foto l’ho scattata l’estate scorsa in una libreria di San Francisco. Il cartello mi aveva fatto sorridere perché io sono una di quelle che fanno amicizia con i personaggi dei romanzi, mi ci affeziono come se fossero persone vere. Spesso mi dispiace lasciarli andare alla fine del libro. Non so, ho sofferto per Isabel Archer e per quella gabbia da cui rinuncia a fuggire, le avrei proprio voluto dire vattene, ma chi te lo fa fare a restare con quella persona orribile. Avrei tanto voluto abbracciare Natasha, nei momenti di dolore e poi nei momenti di felicità nuova. Ho maledetto Jo perché non si è innamorata di Laurie, ma l’ho amata per tutto il resto. Ho voluto bene a Jean Valjean fino all’ultima riga dell’ultima pagina. Ho fatto sempre il tifo per Edmon Dantes, a parte il fatto che dovevo assolutamente sapere come sarebbe andata a finire la sua storia. Ho partecipato all’amicizia fra Legolas e Gimli e ho pensato evviva Sam, meno male che c’è Sam, come farebbe quella palla di Frodo senza di lui…

Non mi viene in mente altro personaggio però a cui io mi sia tanto affezionata quanto ai tre (quattro) moschettieri. Riconosco senza problemi di avere una felice fissazione per loro, ripercorro senza stancarmi le loro avventure e vado anche in cerca di chi, dopo Dumas, ha scritto di loro. Amo l’esuberanza e l’avventatezza di d’Artagnan, amo Aramis che cade sempre in piedi con un’eleganza impareggiabile, amo Porthos che è un gigante forte, sbruffone e ingenuo, amo Athos che beve in silenzio, cupo, triste e dal cuore grande, amo l’ironia di Dumas e amo anche la sua serietà. Il fatto che abbia voluto scrivere una trilogia è per me un regalo bellissimo: mi piace vedere questi personaggi crescere, e poi invecchiare. Mi piace vedere come la loro amicizia scricchioli ma alla fine resista ai calcoli, alle fazioni politiche opposte, al cinismo. Provo simpatia per d’Artagnan, che perde l’avventatezza senza perdere il coraggio, sono contenta per Athos, che trova un nuovo scopo nella vita, mi fa sorridere Porthos che ha fatto fortuna e Aramis che è sempre un volpone, non poteva diventare altro che gesuita…

Questa fissazione coi moschettieri ovviamente porta con sé anche la passione per un genere oggi decisamente fuori moda, quello dei romanzi di cappa e spada, così era destino che prima o poi sarei arrivata al Capitano Alatriste, di Arturo Pérez-Reverte. Ce l’avevo da un sacco di tempo in libreria, mi stava aspettando…

In realtà si tratta del primo di una serie che al momento comprende sette romanzi. Io ora sto leggendo il secondo (Purezza di sangue), e un’idea me la sono fatta: dire che questi sono romanzi di cappa e spada è quantomeno riduttivo. Si tratta di veri e propri affreschi storici, che ritraggono le glorie ma soprattutto la decadenza della Spagna del Seicento, grande potenza logorata dalla corruzione, dalle ingiustizie sociali, dall’oscurantismo religioso, dalle crudeltà dell’Inquisizione. Tra le pagine appaiono, a volte con ruoli di rilievo, anche personaggi realmente esistiti come il poeta Francisco de Quevedo, il pittore Velasquez, il conte di Olivares e anche il duca di Buckingham (lo stesso dei Tre moschettieri, per capirci). La scrittura è bellissima, eppure il tono amaro che affiora spesso mi ha fatto pensare che Arturo Pérez-Reverte nel creare questi romanzi non abbia pensato solo al triste declino della Spagna del secolo d’oro, ma anche a quello dell’Europa di questi tempi, di cui nelle interviste ha parlato spesso (ad esempio qui).

Diego Alatriste y Tenorio si muove dunque in questo affresco di una Spagna insieme splendida e desolante: è un soldato in congedo per ferite di guerra e si guadagna da vivere come mercenario che mette la sua spada al servizio del miglior offerente, trovandosi coinvolto in avventure pericolose e appassionanti. Impavido, freddo, malinconico, di poche parole, ha comunque un suo codice d’onore, è leale nei confronti degli amici e prova un rude affetto per Iñigo, il figlio di un suo compagno d’armi morto in battaglia, che gli è stato affidato.

Iñigo ha tredici anni: è curioso, in gamba, affezionato al Capitano e perdutamente innamorato della perfida, bellissima e biondissima Angélica de Alquézar. La sua è la voce narrante del romanzo; Iñigo però racconta le avventure del Capitano quando è ormai adulto, e così possiamo seguire gli eventi in una duplice prospettiva: a volte attraverso lo sguardo incantato del ragazzino che era, pieno di meraviglia nell’aggirarsi per le strade di Madrid, e a volte attraverso lo sguardo disilluso, risentito, addolorato del vecchio soldato che ne ha viste tante. L’alternanza dei due punti di vista è un bell’espediente, perché secondo me dà una misura concreta del passare del tempo e del cambiamento degli uomini e degli eventi; inoltre è facile immedesimarsi nell’ammirazione che il giovane Iñigo (ma anche il vecchio Iñigo) prova nei confronti del Capitano, che pur non essendo esattamente un eroe che combatte per degli ideali, cerca comunque – il più delle volte – di rimanere coerente con se stesso e con la sua idea di onore.

Qualcuno ha detto che se Dumas avesse conosciuto Alatriste ne avrebbe fatto senza dubbio il quinto moschettiere. Di questo non sono così sicura, perché Alatriste non ha nulla dell’entusiasmo giovanile dei tre (sempre quattro) moschettieri ed è comunque molto più cupo del d’Artagnan invecchiato del Visconte di Bragelonne, che pure è smaliziato e un po’ indurito. Decisamente Pérez-Reverte deve essere più pessimista di quanto non fosse Dumas…

Alatriste è un guerriero stanco, che non viene meno al suo dovere, ma ha perso illusioni e speranze con gli anni e con le guerre: «poteva mostrare rispetto per un Dio che gli era indifferente, battersi per una causa in cui non credeva, ubriacarsi con un nemico, o morire per un maestro di campo o un re che disprezzava», scrive Pérez-Reverte in Purezza di sangue; però, anche con tutto questo, mi sto decisamente affezionando a lui. Mi piace il suo realismo, il suo coraggio, il fatto che abbia comunque il senso dell’onore e della giustizia, e di sicuro anche quel certo fascino da tenebroso – non necessariamente bello – non guasta. Mi piacciono le sue avventure dal ritmo incalzante, piene di duelli e di agguati ma niente affatto superficiali. L’idea che mi aspettino almeno altri cinque romanzi è una mia piccola riserva di felicità…

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4 pensieri riguardo “Capitano Alatriste

  1. C’è molto di più, c’è un rapporto diretto con la vita, la morte e il senso delle cose in guerra.Perez Reverte è stato corrispondente dal fronte per molti anni, penna acutissima, guizzi mirabolanti. Decide di stare dalla parte di Olivares, condannato dalla storia.E’ la storia di una sconfitta,di uno sconfitto, di una terra decadente che in breve tempo perderà la sua centralità.Grandi, grandi romanzi.

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    1. Ciao, scusa se ti rispondo così tardi ma era da un po’ che non riuscivo a trovare un momento per dedicarmi con calma al blog. Comunque hai decisamente ragione, più vado avanti più i romanzi su Alatriste mi sembrano la storia di una sconfitta, sia personale sia di un paese, anche se è una sconfitta affrontata con una certa fierezza. E mi piace vedere come i personaggi acquistano profondità.
      I reportage di guerra di Pérez-Reverte non li ho mai letti, ma effettivamente le battaglie che racconta non hanno nulla di edulcorato, i sentimenti sono molto realistici e ben lontani dall’eroismo facile ed entusiastico dei classici romanzi di cappa e spada.

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  2. Credo di non aver mai letto romanzi di cappa e spada… Però, mentre leggevo la tua frizzante introduzione, mi sono ricordata di un libro che da tempo attende sullo scaffale e che devo ancora prendere in mano: Ritratto di signora, di Henry James. Bello rileggerti! Spero e mi auguro che pubblicherai più spesso 🙂

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    1. Grazie! Spero anche io di avere tempo per scrivere più spesso…
      Ritratto di signora è bellissimo! Ma dovrò sforzarmi di non dire altro finché non l’avrai letto, non voglio rovinartelo… 🙂
      Quanto ai romanzi di cappa e spada, come dicevo è una mia felice fissazione, perché ho una parte di libreria solo per quelli. Non sono tutti capolavori eh (io vado a cercare anche libri ormai sconosciuti), ma almeno Dumas per me merita un tentativo… anche se ovviamente io sono di parte! 😀

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