Il gruppo di lettura

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Leggere per me è un rifugio, un modo per andarmene altrove e per starmene per i santi, beati fatti miei. Il fatto che io abbia cominciato a leggere con passione intorno agli undici anni, per merito di una professoressa d’italiano a cui non sarò mai grata abbastanza, ha contribuito a farmi sviluppare piuttosto presto una certa abitudine (e un certo gusto) a cercare la compagnia dei personaggi di carta che popolavano le belle storie in cui mi perdevo, lasciandomi il privilegio, nella vita vera, di scegliermi solo e soltanto gli amici che dicevo io, senza sentire la necessità, nemmeno durante l’adolescenza, di farmi accettare da persone di cui in realtà non m’importava niente. Poi certo, con gli anni ho imparato “quel po’ d’ipocrisia che è necessaria alla vita adulta”, come diceva un’altra mia benemerita professoressa, ma in sostanza non è cambiato molto… Senza esagerare, leggere è davvero una delle cose che hanno dato forma a quello che sono. Il che, tra le molte altre cose, significa una persona che non prova alcun senso di smarrimento, noia o fastidio a starsene per i fatti propri in compagnia di un libro, purché il libro sia bello.

Bene. Tutto questo per dire che l’idea di un gruppo di lettura sembra una contraddizione in termini, dato che la lettura è una delle attività più voluttuosamente solitarie che ci siano. Gruppo de che? Eppure quando abitavo e lavoravo a Verona facevo parte di un book club, in cui ero stata gentilmente introdotta da un collega. Leggevamo romanzi in inglese e ci vedevamo a cena una volta al mese per discuterne. Per la verità le discussioni iniziavano dai romanzi e poi si finiva a parlare di vacanze, figli, amori, ricette, teatro… eravamo allegramente indisciplinati e non ce ne importava niente. E io avevo sviluppato una capacità straordinaria di parlare di libri mai letti o mai finiti con una faccia di bronzo incredibile, perché non è che tutti i romanzi che venivano proposti mi piacessero. E leggere un libro che non mi prende perché l’ho deciso io è un conto, ma se l’hanno deciso gli altri anche no, grazie… eppure, perché rinunciare a una ridanciana serata insieme a tanta bella gente?

Una volta tornata a Roma, non ho più fatto parte di un book club. D’altra parte mi si era rivoluzionata la vita in pochi mesi e avevo altro per la testa, quindi ero semplicemente tornata a leggere per conto mio… E così sono passati due anni, finché, quest’estate, una collega che non conoscevo mi ha beccato in ascensore con un libro in mano. E mi ha proposto di dare il via a un gruppo di lettura al lavoro, in pausa pranzo. L’idea era quella di vederci una volta al mese in qualche sala riunioni vuota. Inaspettatamente, dopo le ferie siamo davvero riuscite a organizzarci per mettere in pratica il nostro progetto, e abbiamo raccolto un gruppetto piuttosto nutrito. Il primo incontro è stato piacevole, anche se non ci conosciamo ancora bene tra di noi e ci vorrà un po’ di tempo per scioglierci. Mi sono ricordata delle vecchie, divertenti riunioni in pizzeria e certo mi ha fatto effetto trovarmi invece nell’elegante salone di una banca, ma poi abbiamo iniziato a parlare e sì, avevamo un terreno comune. Ha funzionato. Ha avuto senso impegnarsi per farlo funzionare, e di questo sono contenta.

Il nostro primo libro comunque è stato La sovrana lettrice, di Alan Bennett (Adelphi, 2007, 95 pagine), davvero delizioso, divertente e garbato. Parla della Regina Elisabetta che scopre il piacere della lettura in tarda età, e delle conseguenze che il suo nuovo hobby ha su di lei, sul programma dei vari eventi ufficiali di cui sono costellate le sue giornate, sulla famiglia reale, sulle persone che lavorano a Buckingham Palace… Il tutto condito da una spolverata di sottile humor inglese e da un colpo di scena finale. Davvero un gioellino!

Questo libretto però non è solo un racconto divertente, è anche una riflessione sul significato e gli effetti della lettura, che ci allontana dagli altri perché ci fa amare la solitudine, e allo stesso tempo ci fa sentire più vicini agli altri quando poi usciamo dal nostro eremo e abbiamo voglia di tornare nel mondo. «Leggere vuol dire sottrarsi», dice infatti il segretario privato della Regina, e secondo me per certi versi ha ragione; eppure leggere ci aiuta anche a capire meglio gli altri, ci rende più empatici, e per questo parlando della Regina che pensa a Norman, un ragazzo della servitù, Bennett scrive:

La sfiorò il pensiero che per qualche ragione le tenesse il muso, un comportamento che le era stato riservato raramente, tranne che da parte di qualche bambino o, a volte, di un ministro. I sudditi in genere non tenevano il muso alla regina, non rientrava nei loro diritti; un tempo sarebbero stati rinchiusi nella Torre. Ma le venne anche in mente che qualche anno prima non avrebbe affatto notato cosa faceva Norman o chiunque altro, e che se adesso ci badava era perché ne sapeva di più dei sentimenti delle persone e riusciva a mettersi nei panni degli altri.

(D’altra parte non siamo mica solo io e Bennett a pensare che leggere romanzi aiuti a sviluppare l’empatia… alla faccia di chi pensa che dedicarsi alla narrativa sia una perdita di tempo: http://www.repubblica.it/scienze/2016/07/24/news/leggere_romanzi_ci_fa_stare_bene_con_gli_altri-144714404/ )

L’altra cosa che mi ha colpito di questo libretto è la riflessione sui limiti della lettura. «Leggere non è agire», conclude a un certo punto la Regina, e anche questo è vero. E infatti una delle cose che ho imparato nel tempo è che sì, puoi trovare rifugio, conforto e anche compagnia nei libri, ma poi devi anche ricordarti di affacciarti nel mondo e nella tua vita, per cercare o creare cose belle di cui essere felice, e per impegnarti a cambiare quello che non ti piace… E spesso è una fatica eh, però ne vale la pena.

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