Le telefonate improbabili

Da sempre le storie mi piacciono, le poesie insomma. Amo la Commedia, l’Orlando Furioso e la Gerusalemme liberata perché sono storie fantastiche, emozionanti; ma il poeta che non ha altro scopo se non quello di esplorare tutti gli angoli della sua anima in versi dopo un po’ mi annoia. Certo conosco le poesie che si studiano a scuola, e qualcuna mi piace pure, ma non ho mai letto una raccolta per intero. Anzi no, ho letto tutta l’Antologia di Spoon River, che è bellissima, ma è una cosa diversa: quelle poesie in fondo raccontano una storia. Senza storia invece non riesco ad appassionarmi, e questo è il motivo per cui negli anni ho divorato con disinvoltura i romanzoni di Tolstoj, Dumas, Hugo, Dickens e chi più ne ha più ne metta, mentre mi sono sempre tenuta alla larga con una certa diffidenza da altri illustri personaggi come, non so, Leopardi, Ungaretti, Quasimodo… Insomma, una poesia ogni tanto va bene, ma tutto un libro non ce la posso fare, ho sempre pensato.

E devo ammettere che continuo a pensarlo.

Però non va mica bene così… Voglio dire, se uno è Giacomo Leopardi un tentativo almeno se lo merita. Quindi mi sono ricordata del consiglio di Calvino, che nelle Lezioni americane scriveva che i poeti «anche quando scrivono in prosa danno il meglio di sé in testi in cui il massimo di invenzione e di pensiero è contenuto in poche pagine, come quel libro senza uguali in altre letterature che è le Operette morali di Leopardi»… e, per l’appunto, sono andata in libreria e ho comprato le Operette morali.

Belle, eh. Belle, spesso ironiche e a tratti divertenti, sempre intelligentissime. Leggendole puoi incontrare i personaggi più diversi: uno gnomo e un folletto, Copernico, Cristoforo Colombo, Prometeo, la Terra e la Luna… Ed è sorprendente vedere cosa fa Leopardi con questi personaggi. Mi sono trovata a sorridere col Copernico, quando il Sole decide di non girare più intorno alla Terra e incarica lo scienziato di convincere la Terra a muoversi. E siccome il Sole non sorge, la prima ora del giorno non arriva, ed è l’ultima a presentarsi da Copernico:

Ora ultima: Copernico, io sono l’Ora ultima.

Copernico: L’ora ultima? Bene: qui bisogna adattarsi. Solo, se si può, dammi tanto di spazio, che io possa far testamento, e dare ordine a’ fatti miei, prima di morire.

Ora ultima: Che morire? io non sono già l’ora ultima della vita.

Copernico: Oh, che sei tu dunque? l’ultima ora dell’ufficio del breviario?

Ora ultima: Credo bene io, che cotesta ti sia più cara che l’altre, quando tu ti ritrovi in coro…

Ma le Operette morali sono anche disperate, infatti me le leggo poco per volta, non perché non ho tempo, e neanche perché non sono più capace di tuffarmi nei libri come facevo durante l’adolescenza… Ma tutta quell’infelicità, così convinta e così tenace, fatico a mandarla giù. E se leggere per me spesso vuol dire andare altrove, quello è un altrove in cui non amo stare. Per dire, cito a caso:

Io dimando a te, o sole, autore del giorno e preside della vigilia: nello spazio dei secoli da te distinti e consumati fin qui sorgendo e cadendo, vedesti tu alcuna volta un solo infra i viventi essere beato? Delle opere innumerabili dei mortali da te vedute finora, pensi tu che pur una ottenesse l’intento suo, che fu la soddisfazione, o durevole o transitoria, di quella creatura che la produsse? Anzi vedi tu di presente o vedesti mai la felicità dentro ai confini del mondo? in qual campo soggiorna, in qual bosco, in qual montagna, in qual valle, in qual paese abitato o deserto, in qual pianeta dei tanti che le tue fiamme illustrano e scaldano?

(Cantico del gallo silvestre)

Se ottengo la morte morrò così tranquillo e così contento, come se mai null’altro avessi sperato né desiderato al mondo. Questo e il solo benefizio che può riconciliarmi al destino. Se mi fosse proposta da un lato la fortuna e la fama di Cesare o di Alessandro netta da ogni macchia, dall’altro di morir oggi, e che dovessi scegliere, io direi, morir oggi, e non vorrei tempo a risolvermi.

(Dialogo di Tristano e di un amico)

Insomma, ‘na tragedia.

Così mi è venuto in mente Holden, quello di Salinger, che diceva: «quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira».

Ecco sì, io Leopardi lo chiamerei al telefono volentieri. Oddio, per la verità non vorrei che fosse mio amico per la pelle, sai che angoscia… Però una telefonata tipo “telefono amico” gliela farei. Dai su Giacomino non fare così, al mondo c’è speranza per tutti! E già me lo immagino lì a sogghignare, nella sua ferrea convinzione che la vita è uno schifo perché l’uomo non può fare altro che passare dal dolore alla noia, e chi crede o spera nella felicità non è altro che un povero illuso… Così cercherei di superare l’irritazione per dirgli che no, andiamo, non è vero: non c’è nessuno che sia felice sempre, e neanche sereno e tranquillo sempre, ma mica per questo tutta la vita è solo un accumularsi di disperazione. E poi forse mi verrebbe da aggiungere che c’è più forza e più coraggio a incaponirsi nel cercare la felicità e proteggerla e sapersela godere nonostante tutto, e a sforzarsi di vedere uno spiraglio di luce anche nei giorni più bui, piuttosto che a fossilizzarsi nella propria infelicità raccontandosi che tanto è nella natura degli uomini essere infelici, e chi non ci crede è solo uno sciocco che si rifiuta di guardare in faccia la realtà… A questo punto magari Leopardi mi attaccherebbe il telefono in faccia. Oppure gli verrebbe da fare un sorrisetto condiscendente, e lì il telefono in faccia glielo attaccherei io. Insomma, non sono sicura che riusciremmo ad andare d’accordo…

E siccome ostinarsi a voler convincere le persone è inutile, tanto più se si cerca di convertire alla gioia di vivere un poeta depresso – e soprattutto irrimediabilmente morto, ho deciso di soprassedere sulla filosofia del povero Giacomo. Differenze inconciliabili, come dicono quelli che divorziano. Al massimo posso dispiacermi per lui. Per il resto cerco di godermi le situazioni immaginate dalla sua fantasia, i dialoghi surreali, i momenti più poetici… e penso al prossimo romanzo da leggere.

PS. Comunque con tutto questo discorso non poteva non venirmi in mente Silvio Orlando: in questo paese non si può fare neanche un concorso da vigile urbano senza sospirare su come soffrivano Manzoni e Leopardi!

 

3 pensieri riguardo “Le telefonate improbabili

  1. Che bel post, condivido tutto il tuo pensiero sull’inutilità del pessimismo, anche se a volte la vita ci mette così duramente alla prova che è impossibile non assumere un atteggiamento leopardiano 😉 Comunque hai ragione, per quanto sia difficile bisogna sforzarsi di vedere uno spiraglio di luce. Sono convinta anch’io che ci sia sempre, anche quando pare di non notarlo. Resta il fatto che leggerti è stato bellissimo 🙂

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    1. Ma grazie! 🙂
      Guarda, io il povero Giacomo un po’ lo capisco pure, che ha avuto una vita disgraziata… Però diciamo che con quell’atteggiamento non si è aiutato!
      Comunque volevo dirti che è stato il tuo articolo “cose belle da leggere” a farmi riprendere in mano le Lezioni americane di Calvino 🙂

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