Un eroe dei nostri tempi

Domenica scorsa volevo portarmi al mare un romanzo. Avevo ricominciato a dipingere qualche giorno prima, dopo una lunga pausa, e siccome avevo la testa piena di immagini e di colori mi è tornato in mente questo libro: Un eroe dei nostri tempi, di Michail Jur’evič Lermontov (Feltrinelli, 2004, 181 pagine).

Lermontov non ha scritto molto, purtroppo. Faceva il militare di professione, e da vero eroe romantico era tormentato da forti passioni, coraggioso e costantemente in cerca di rogne: fu capace di farsi mandare in esilio nelle selvagge regioni del Caucaso per ben due volte, e alla fine morì in duello a ventisette anni, nel 1841. Da quello che ho letto in un paio di sommarie biografie doveva essere affascinante e insopportabile. In ogni caso scriveva da dio. Io l’ho scoperto per caso diversi anni fa, incuriosita da una citazione tratta da Un eroe dei nostri tempi trovata su un giornale. All’epoca non avevo mai sentito nominare Lermontov, e decisi di comprare il libro così, sulla fiducia. Non appena iniziai a leggerlo, la prima cosa che pensai fu: Ma guarda, questo pensa a colori. No anzi, meglio, questo scrive a colori. Pare un pittore.

Rileggendo ora questo romanzo per la terza volta (!), non faccio che trovare conferme di quella prima impressione.

Da tutti i lati montagne inaccessibili, rupi rossastre coperte di edere verdi e coronate di macchie di platani, dirupi gialli coperti di borri e là, alta alta, la frangia dorata delle nevi, mentre in basso l’Aragva, riunitosi a un altro ruscello privo di nome, liberandosi rumorosamente dalla nera gola piena di nebbia si stende come un filo d’argento e luccica come un serpente per le sue squame.

La luna impallidiva a occidente, ed era pronta a immergersi nelle nere nubi appese alle cime lontane come pezzi di un sipario stracciato…

Nubi dorate erano sorte sulle montagne, come una nuova fila di montagne fatte d’aria…

Questi sono quadri. Quadri veri, dipinti (scritti) a colori. Non è possibile leggerli come una triste cartolina in bianco e nero. E sono sicura che anche l’uomo con meno immaginazione al mondo non possa leggere di «nere nubi appese alle cime lontane come pezzi di un sipario stracciato» senza che gli si accenda mezza immagine in testa. Come si fa a non vedere niente?

Poi, molto tempo dopo aver letto Un eroe dei nostri tempi per la prima volta, ho scoperto che Lermontov non era stato solo scrittore, ma anche pittore. E ora ogni volta che lo leggo non posso fare a meno di chiedermi: ma se non avesse mai tenuto un pennello in mano, avrebbe comunque scritto con tutti questi colori? Sarebbe stato capace di vedere, e far vedere, queste immagini che sono quadri? Non so, alla fine ci sono molti scrittori che, pur facendo “solo” gli scrittori, sono bravissimi a evocare delle immagini vivide. Ma Lermontov è l’unico di cui io abbia mai pensato: Questo pensa a colori.

Paintings_by_Mikhail_Lermontov,_1837

Paintings_by_Mikhail_Lermontov,_1828-31

Tutto sommato non era neanche male come pittore…

Mi rendo conto, in ogni caso, che uno non legge romanzi per trovarci dei quadri (non solo, almeno); quindi vale la pena spendere qualche riga per spiegare perché questo libro mi piace tanto. Voglio dire, non è che rileggo tre volte qualsiasi romanzo!

Lermontov ha definito Un eroe dei nostri tempi «la storia di un’anima umana». Il protagonista è Grigorij Aleksandrovič Pečorin, un giovane ufficiale dell’esercito russo, le cui vicende sono narrate da tre diversi punti di vista (quello di un commilitone, quello dell’autore-narratore e quello di Pečorin stesso) in cinque capitoli che potrebbero essere benissimo cinque racconti indipendenti l’uno dall’altro, e che non sono organizzati in ordine cronologico. Questa particolare struttura crea un po’ l’effetto mosaico: bisogna cercare di unire tutte le tessere per vedere l’immagine, per capire Pečorin nel suo insieme. Ma comunque è Pečorin stesso che ci avverte, con grande finezza psicologica e con amaro disincanto, che nella vita nessuno conosce nessuno fino in fondo.

E, forse, domani morirò! E non rimarrà in terra nessun essere che mi abbia capito completamente. Alcuni mi considereranno peggiore, altri migliore di quello che effettivamente sono. Alcuni diranno: era un gran bravo ragazzo; altri: un mascalzone. E gli uni e gli altri mentiranno. E dopo ciò vale la pena vivere? Ma si vive lo stesso, per curiosità: si aspetta qualcosa di nuovo. Fa ridere e fa rabbia.

Certo devo ammettere che, una volta unite le tessere del mosaico, non è che Pečorin mi stia particolarmente simpatico. Irrequieto, intelligente e annoiato, tanto fra la buona società quanto fra le montagne del Caucaso, sembra si diverta a sfogare il suo narcisismo conquistando e illudendo donne di cui in realtà non gli importa granché, per vedere fino a che punto è in grado di dominare gli altri: le sue passioni sono fredde, vuote. Infatti è sempre lui a dire, con un certo compiacimento: «Essere per qualcuno ragione di sofferenza e di gioia, non avendone alcun diritto reale, non è il più dolce alimento della nostra superbia? E che cos’è la felicità? Superbia appagata».

Lermontov scrisse nella prefazione che Pečorin «è sì un ritratto, ma non di una sola persona: è il ritratto dei difetti di tutta la nostra generazione nel pieno del loro sviluppo». In realtà però non sembra che lo disprezzasse; io anzi ho l’impressione che un po’ se lo sentisse affine. A chi criticava il suo personaggio per l’assenza di moralità, sempre nella prefazione rispose: «Se avete ammirato invenzioni molto più orribili e mostruose, perché questo carattere, nemmeno come invenzione, incontra la vostra misericordia? Non sarà forse perché c’è in lui più verità di quanto vi sareste augurati?»

E in effetti forse è questo il punto. Un eroe dei nostri tempi mi piace tanto non perché la storia sia poi così intrigante o ricca di colpi di scena, non perché il protagonista sia particolarmente amabile, ma perché Lermontov espone spietatamente, con un’esattezza che a volte quasi disturba, i ragionamenti, i sentimenti e le motivazioni di Pečorin, senza cercare in alcun modo di addolcire la pillola. E lo fa scrivendo benissimo.

Devo dire, poi, che probabilmente Lermontov aveva ragione. Gli atteggiamenti e i pensieri di Pečorin sono spesso indegni, meschini ed egoistici, ma lettori suoi contemporanei li conoscevano bene; e, nonostante i tempi e le situazioni siano cambiati, li conosciamo bene pure noi, anche se non ci piace ammetterlo. Perché certo non siamo tutti disincantati, cinici, freddi, annoiati (e stronzi, diciamolo) come Pečorin, ma tutti abbiamo senz’altro sperimentato sentimenti meschini, o agito egoisticamente, ogni tanto; tutti – salvo rari casi di santità – abbiamo provato almeno una volta quella felicità che è soltanto «superbia appagata».

E così, anche se personalmente non mi sento affine al protagonista di Un eroe dei nostri tempi, credo che questo libro sia lo specchio dei lati meno nobili di ognuno di noi, dei lati che meno vorremmo vedere ma che ogni tanto dovremmo avere la franchezza di riconoscere. Lermontov è stato coraggioso a scrivere questo romanzo senza risparmiarci nulla, e di tanto in tanto mi piace riprenderlo in mano, quando ho voglia di andare un po’ più in profondità.

E poi, dicevo, Lermontov scriveva da dio…

Tornai a casa per i vicoli deserti del villaggio; la luna, piena e rossa come il riflesso di un incendio, cominciava a mostrarsi dentro l’orizzonte dentato delle case; le stelle tranquillamente brillavano sulla volta azzurro scuro e mi venne da ridere quando mi ricordai che c’erano stati uomini saggissimi che pensavano che i corpi celesti prendessero parte ai nostri litigi insignificanti per un pezzo di terra o per certi pretesi diritti. E dunque? Quelle lampade accese, credevano, solo per illuminare le loro battaglie e i loro trionfi ardono con immutato splendore, mentre le loro passioni e le loro speranze da tempo son spente, come fuocherelli accesi al limitare di un bosco da uno spensierato viandante. Ma, a pensarci, quale forza di volontà avrà dato loro la sicurezza che tutto il cielo con i suoi infiniti abitanti li guardasse con partecipazione immutabile, anche se muta. Noi invece, loro miseri discendenti, che vagabondiamo per la terra senza convinzioni né orgoglio, senza piaceri e senza paure, tranne l’involontario timore che ci stringe il cuore al pensiero dell’inevitabile fine, noi non siam più capaci di grandi sacrifici per il bene della razza umana e neppure per la nostra felicità personale, perché sappiamo che essa è impossibile, e indifferenti passiamo di dubbio in dubbio come i nostri antenati saltavano da un errore all’altro, senza avere, come loro, né speranze, né quell’indeterminato, benché puro, piacere, che l’anima trova in ogni lotta con gli uomini o col destino.

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5 pensieri su “Un eroe dei nostri tempi

  1. Complimenti per il commento e per le tue scelte di lettura, in particolare per questa di “Un eroe del nostro tempo”.
    Libro bellissimo, un assoluto capolavoro che meriterebbe ben altra notorietà di quella che ha. Peccato che Lermontov sia morto così giovane se no chissà quanti altri capolavori ci avrebbe lasciato. Mi permetto di riportarti il passaggio della descrizione della sua morte, tratto dalla prefazione della mia edizione – un’ “antica” edizione UTET del 1970 – che fa comprendere quanto Lermontov fosse compenetrato nel “mondo” e nei personaggi da lui stesso descritti e creati.
    “…durante una festa in casa Versilin, una questione di nessun conto venne gonfiata al punto di rendere inevitabile un duello. Questo ebbe luogo il 15 luglio 1841 in una landa solitaria sul pendio di uno di quei monti del Caucaso cantati dal poeta, tra lampi e tuoni, rovesci furiosi di pioggia e sibilare di venti. Il poeta cadde colpito a morte in quello scenario fantastico, e la sua salma, dopo essere rimasta per cinque ore abbandonata sotto la pioggia torrenziale, fu trasportata in città su di un carro da alcuni pietosi amici. Così, nello stesso tragico modo, moriva a soli ventisette anni il secondo grande poeta russo [secondo dopo Puskin, morto anch’egli in duello a 37 anni, alla cui morte Lermontov lo commemorò in una memorabile poesia]
    (Paola Cometti – “Introduzione” in Lermontov – “Un eroe del nostro tempo” – UTET – 1970 – pp. 15/16)

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