Capitano Alatriste

C’è un’opinione sbagliata per cui la letteratura deve necessariamente essere profonda e noiosa, oppure divertente e superficiale. Questo è falso: deve essere insieme profonda e amena, deve far riflettere e divertire…

(Arturo Pérez-Reverte)

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Questa foto l’ho scattata l’estate scorsa in una libreria di San Francisco. Il cartello mi aveva fatto sorridere perché io sono una di quelle che fanno amicizia con i personaggi dei romanzi, mi ci affeziono come se fossero persone vere. Spesso mi dispiace lasciarli andare alla fine del libro. Non so, ho sofferto per Isabel Archer e per quella gabbia da cui rinuncia a fuggire, le avrei proprio voluto dire vattene, ma chi te lo fa fare a restare con quella persona orribile. Avrei tanto voluto abbracciare Natasha, nei momenti di dolore e poi nei momenti di felicità nuova. Ho maledetto Jo perché non si è innamorata di Laurie, ma l’ho amata per tutto il resto. Ho voluto bene a Jean Valjean fino all’ultima riga dell’ultima pagina. Ho fatto sempre il tifo per Edmon Dantes, a parte il fatto che dovevo assolutamente sapere come sarebbe andata a finire la sua storia. Ho partecipato all’amicizia fra Legolas e Gimli e ho pensato evviva Sam, meno male che c’è Sam, come farebbe quella palla di Frodo senza di lui…

Non mi viene in mente altro personaggio però a cui io mi sia tanto affezionata quanto ai tre (quattro) moschettieri. Riconosco senza problemi di avere una felice fissazione per loro, ripercorro senza stancarmi le loro avventure e vado anche in cerca di chi, dopo Dumas, ha scritto di loro. Amo l’esuberanza e l’avventatezza di d’Artagnan, amo Aramis che cade sempre in piedi con un’eleganza impareggiabile, amo Porthos che è un gigante forte, sbruffone e ingenuo, amo Athos che beve in silenzio, cupo, triste e dal cuore grande, amo l’ironia di Dumas e amo anche la sua serietà. Il fatto che abbia voluto scrivere una trilogia è per me un regalo bellissimo: mi piace vedere questi personaggi crescere, e poi invecchiare. Mi piace vedere come la loro amicizia scricchioli ma alla fine resista ai calcoli, alle fazioni politiche opposte, al cinismo. Provo simpatia per d’Artagnan, che perde l’avventatezza senza perdere il coraggio, sono contenta per Athos, che trova un nuovo scopo nella vita, mi fa sorridere Porthos che ha fatto fortuna e Aramis che è sempre un volpone, non poteva diventare altro che gesuita…

Questa fissazione coi moschettieri ovviamente porta con sé anche la passione per un genere oggi decisamente fuori moda, quello dei romanzi di cappa e spada, così era destino che prima o poi sarei arrivata al Capitano Alatriste, di Arturo Pérez-Reverte. Ce l’avevo da un sacco di tempo in libreria, mi stava aspettando…

In realtà si tratta del primo di una serie che al momento comprende sette romanzi. Io ora sto leggendo il secondo (Purezza di sangue), e un’idea me la sono fatta: dire che questi sono romanzi di cappa e spada è quantomeno riduttivo. Si tratta di veri e propri affreschi storici, che ritraggono le glorie ma soprattutto la decadenza della Spagna del Seicento, grande potenza logorata dalla corruzione, dalle ingiustizie sociali, dall’oscurantismo religioso, dalle crudeltà dell’Inquisizione. Tra le pagine appaiono, a volte con ruoli di rilievo, anche personaggi realmente esistiti come il poeta Francisco de Quevedo, il pittore Velasquez, il conte di Olivares e anche il duca di Buckingham (lo stesso dei Tre moschettieri, per capirci). La scrittura è bellissima, eppure il tono amaro che affiora spesso mi ha fatto pensare che Arturo Pérez-Reverte nel creare questi romanzi non abbia pensato solo al triste declino della Spagna del secolo d’oro, ma anche a quello dell’Europa di questi tempi, di cui nelle interviste ha parlato spesso (ad esempio qui).

Diego Alatriste y Tenorio si muove dunque in questo affresco di una Spagna insieme splendida e desolante: è un soldato in congedo per ferite di guerra e si guadagna da vivere come mercenario che mette la sua spada al servizio del miglior offerente, trovandosi coinvolto in avventure pericolose e appassionanti. Impavido, freddo, malinconico, di poche parole, ha comunque un suo codice d’onore, è leale nei confronti degli amici e prova un rude affetto per Iñigo, il figlio di un suo compagno d’armi morto in battaglia, che gli è stato affidato.

Iñigo ha tredici anni: è curioso, in gamba, affezionato al Capitano e perdutamente innamorato della perfida, bellissima e biondissima Angélica de Alquézar. La sua è la voce narrante del romanzo; Iñigo però racconta le avventure del Capitano quando è ormai adulto, e così possiamo seguire gli eventi in una duplice prospettiva: a volte attraverso lo sguardo incantato del ragazzino che era, pieno di meraviglia nell’aggirarsi per le strade di Madrid, e a volte attraverso lo sguardo disilluso, risentito, addolorato del vecchio soldato che ne ha viste tante. L’alternanza dei due punti di vista è un bell’espediente, perché secondo me dà una misura concreta del passare del tempo e del cambiamento degli uomini e degli eventi; inoltre è facile immedesimarsi nell’ammirazione che il giovane Iñigo (ma anche il vecchio Iñigo) prova nei confronti del Capitano, che pur non essendo esattamente un eroe che combatte per degli ideali, cerca comunque – il più delle volte – di rimanere coerente con se stesso e con la sua idea di onore.

Qualcuno ha detto che se Dumas avesse conosciuto Alatriste ne avrebbe fatto senza dubbio il quinto moschettiere. Di questo non sono così sicura, perché Alatriste non ha nulla dell’entusiasmo giovanile dei tre (sempre quattro) moschettieri ed è comunque molto più cupo del d’Artagnan invecchiato del Visconte di Bragelonne, che pure è smaliziato e un po’ indurito. Decisamente Pérez-Reverte deve essere più pessimista di quanto non fosse Dumas…

Alatriste è un guerriero stanco, che non viene meno al suo dovere, ma ha perso illusioni e speranze con gli anni e con le guerre: «poteva mostrare rispetto per un Dio che gli era indifferente, battersi per una causa in cui non credeva, ubriacarsi con un nemico, o morire per un maestro di campo o un re che disprezzava», scrive Pérez-Reverte in Purezza di sangue; però, anche con tutto questo, mi sto decisamente affezionando a lui. Mi piace il suo realismo, il suo coraggio, il fatto che abbia comunque il senso dell’onore e della giustizia, e di sicuro anche quel certo fascino da tenebroso – non necessariamente bello – non guasta. Mi piacciono le sue avventure dal ritmo incalzante, piene di duelli e di agguati ma niente affatto superficiali. L’idea che mi aspettino almeno altri cinque romanzi è una mia piccola riserva di felicità…

 

Il gruppo di lettura

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Leggere per me è un rifugio, un modo per andarmene altrove e per starmene per i santi, beati fatti miei. Il fatto che io abbia cominciato a leggere con passione intorno agli undici anni, per merito di una professoressa d’italiano a cui non sarò mai grata abbastanza, ha contribuito a farmi sviluppare piuttosto presto una certa abitudine (e un certo gusto) a cercare la compagnia dei personaggi di carta che popolavano le belle storie in cui mi perdevo, lasciandomi il privilegio, nella vita vera, di scegliermi solo e soltanto gli amici che dicevo io, senza sentire la necessità, nemmeno durante l’adolescenza, di farmi accettare da persone di cui in realtà non m’importava niente. Poi certo, con gli anni ho imparato “quel po’ d’ipocrisia che è necessaria alla vita adulta”, come diceva un’altra mia benemerita professoressa, ma in sostanza non è cambiato molto… Senza esagerare, leggere è davvero una delle cose che hanno dato forma a quello che sono. Il che, tra le molte altre cose, significa una persona che non prova alcun senso di smarrimento, noia o fastidio a starsene per i fatti propri in compagnia di un libro, purché il libro sia bello.

Bene. Tutto questo per dire che l’idea di un gruppo di lettura sembra una contraddizione in termini, dato che la lettura è una delle attività più voluttuosamente solitarie che ci siano. Gruppo de che? Eppure quando abitavo e lavoravo a Verona facevo parte di un book club, in cui ero stata gentilmente introdotta da un collega. Leggevamo romanzi in inglese e ci vedevamo a cena una volta al mese per discuterne. Per la verità le discussioni iniziavano dai romanzi e poi si finiva a parlare di vacanze, figli, amori, ricette, teatro… eravamo allegramente indisciplinati e non ce ne importava niente. E io avevo sviluppato una capacità straordinaria di parlare di libri mai letti o mai finiti con una faccia di bronzo incredibile, perché non è che tutti i romanzi che venivano proposti mi piacessero. E leggere un libro che non mi prende perché l’ho deciso io è un conto, ma se l’hanno deciso gli altri anche no, grazie… eppure, perché rinunciare a una ridanciana serata insieme a tanta bella gente?

Una volta tornata a Roma, non ho più fatto parte di un book club. D’altra parte mi si era rivoluzionata la vita in pochi mesi e avevo altro per la testa, quindi ero semplicemente tornata a leggere per conto mio… E così sono passati due anni, finché, quest’estate, una collega che non conoscevo mi ha beccato in ascensore con un libro in mano. E mi ha proposto di dare il via a un gruppo di lettura al lavoro, in pausa pranzo. L’idea era quella di vederci una volta al mese in qualche sala riunioni vuota. Inaspettatamente, dopo le ferie siamo davvero riuscite a organizzarci per mettere in pratica il nostro progetto, e abbiamo raccolto un gruppetto piuttosto nutrito. Il primo incontro è stato piacevole, anche se non ci conosciamo ancora bene tra di noi e ci vorrà un po’ di tempo per scioglierci. Mi sono ricordata delle vecchie, divertenti riunioni in pizzeria e certo mi ha fatto effetto trovarmi invece nell’elegante salone di una banca, ma poi abbiamo iniziato a parlare e sì, avevamo un terreno comune. Ha funzionato. Ha avuto senso impegnarsi per farlo funzionare, e di questo sono contenta.

Il nostro primo libro comunque è stato La sovrana lettrice, di Alan Bennett (Adelphi, 2007, 95 pagine), davvero delizioso, divertente e garbato. Parla della Regina Elisabetta che scopre il piacere della lettura in tarda età, e delle conseguenze che il suo nuovo hobby ha su di lei, sul programma dei vari eventi ufficiali di cui sono costellate le sue giornate, sulla famiglia reale, sulle persone che lavorano a Buckingham Palace… Il tutto condito da una spolverata di sottile humor inglese e da un colpo di scena finale. Davvero un gioellino!

Questo libretto però non è solo un racconto divertente, è anche una riflessione sul significato e gli effetti della lettura, che ci allontana dagli altri perché ci fa amare la solitudine, e allo stesso tempo ci fa sentire più vicini agli altri quando poi usciamo dal nostro eremo e abbiamo voglia di tornare nel mondo. «Leggere vuol dire sottrarsi», dice infatti il segretario privato della Regina, e secondo me per certi versi ha ragione; eppure leggere ci aiuta anche a capire meglio gli altri, ci rende più empatici, e per questo parlando della Regina che pensa a Norman, un ragazzo della servitù, Bennett scrive:

La sfiorò il pensiero che per qualche ragione le tenesse il muso, un comportamento che le era stato riservato raramente, tranne che da parte di qualche bambino o, a volte, di un ministro. I sudditi in genere non tenevano il muso alla regina, non rientrava nei loro diritti; un tempo sarebbero stati rinchiusi nella Torre. Ma le venne anche in mente che qualche anno prima non avrebbe affatto notato cosa faceva Norman o chiunque altro, e che se adesso ci badava era perché ne sapeva di più dei sentimenti delle persone e riusciva a mettersi nei panni degli altri.

(D’altra parte non siamo mica solo io e Bennett a pensare che leggere romanzi aiuti a sviluppare l’empatia… alla faccia di chi pensa che dedicarsi alla narrativa sia una perdita di tempo: http://www.repubblica.it/scienze/2016/07/24/news/leggere_romanzi_ci_fa_stare_bene_con_gli_altri-144714404/ )

L’altra cosa che mi ha colpito di questo libretto è la riflessione sui limiti della lettura. «Leggere non è agire», conclude a un certo punto la Regina, e anche questo è vero. E infatti una delle cose che ho imparato nel tempo è che sì, puoi trovare rifugio, conforto e anche compagnia nei libri, ma poi devi anche ricordarti di affacciarti nel mondo e nella tua vita, per cercare o creare cose belle di cui essere felice, e per impegnarti a cambiare quello che non ti piace… E spesso è una fatica eh, però ne vale la pena.

Le telefonate improbabili

Da sempre le storie mi piacciono, le poesie insomma. Amo la Commedia, l’Orlando Furioso e la Gerusalemme liberata perché sono storie fantastiche, emozionanti; ma il poeta che non ha altro scopo se non quello di esplorare tutti gli angoli della sua anima in versi dopo un po’ mi annoia. Certo conosco le poesie che si studiano a scuola, e qualcuna mi piace pure, ma non ho mai letto una raccolta per intero. Anzi no, ho letto tutta l’Antologia di Spoon River, che è bellissima, ma è una cosa diversa: quelle poesie in fondo raccontano una storia. Senza storia invece non riesco ad appassionarmi, e questo è il motivo per cui negli anni ho divorato con disinvoltura i romanzoni di Tolstoj, Dumas, Hugo, Dickens e chi più ne ha più ne metta, mentre mi sono sempre tenuta alla larga con una certa diffidenza da altri illustri personaggi come, non so, Leopardi, Ungaretti, Quasimodo… Insomma, una poesia ogni tanto va bene, ma tutto un libro non ce la posso fare, ho sempre pensato.

E devo ammettere che continuo a pensarlo.

Però non va mica bene così… Voglio dire, se uno è Giacomo Leopardi un tentativo almeno se lo merita. Quindi mi sono ricordata del consiglio di Calvino, che nelle Lezioni americane scriveva che i poeti «anche quando scrivono in prosa danno il meglio di sé in testi in cui il massimo di invenzione e di pensiero è contenuto in poche pagine, come quel libro senza uguali in altre letterature che è le Operette morali di Leopardi»… e, per l’appunto, sono andata in libreria e ho comprato le Operette morali.

Belle, eh. Belle, spesso ironiche e a tratti divertenti, sempre intelligentissime. Leggendole puoi incontrare i personaggi più diversi: uno gnomo e un folletto, Copernico, Cristoforo Colombo, Prometeo, la Terra e la Luna… Ed è sorprendente vedere cosa fa Leopardi con questi personaggi. Mi sono trovata a sorridere col Copernico, quando il Sole decide di non girare più intorno alla Terra e incarica lo scienziato di convincere la Terra a muoversi. E siccome il Sole non sorge, la prima ora del giorno non arriva, ed è l’ultima a presentarsi da Copernico:

Ora ultima: Copernico, io sono l’Ora ultima.

Copernico: L’ora ultima? Bene: qui bisogna adattarsi. Solo, se si può, dammi tanto di spazio, che io possa far testamento, e dare ordine a’ fatti miei, prima di morire.

Ora ultima: Che morire? io non sono già l’ora ultima della vita.

Copernico: Oh, che sei tu dunque? l’ultima ora dell’ufficio del breviario?

Ora ultima: Credo bene io, che cotesta ti sia più cara che l’altre, quando tu ti ritrovi in coro…

Ma le Operette morali sono anche disperate, infatti me le leggo poco per volta, non perché non ho tempo, e neanche perché non sono più capace di tuffarmi nei libri come facevo durante l’adolescenza… Ma tutta quell’infelicità, così convinta e così tenace, fatico a mandarla giù. E se leggere per me spesso vuol dire andare altrove, quello è un altrove in cui non amo stare. Per dire, cito a caso:

Io dimando a te, o sole, autore del giorno e preside della vigilia: nello spazio dei secoli da te distinti e consumati fin qui sorgendo e cadendo, vedesti tu alcuna volta un solo infra i viventi essere beato? Delle opere innumerabili dei mortali da te vedute finora, pensi tu che pur una ottenesse l’intento suo, che fu la soddisfazione, o durevole o transitoria, di quella creatura che la produsse? Anzi vedi tu di presente o vedesti mai la felicità dentro ai confini del mondo? in qual campo soggiorna, in qual bosco, in qual montagna, in qual valle, in qual paese abitato o deserto, in qual pianeta dei tanti che le tue fiamme illustrano e scaldano?

(Cantico del gallo silvestre)

Se ottengo la morte morrò così tranquillo e così contento, come se mai null’altro avessi sperato né desiderato al mondo. Questo e il solo benefizio che può riconciliarmi al destino. Se mi fosse proposta da un lato la fortuna e la fama di Cesare o di Alessandro netta da ogni macchia, dall’altro di morir oggi, e che dovessi scegliere, io direi, morir oggi, e non vorrei tempo a risolvermi.

(Dialogo di Tristano e di un amico)

Insomma, ‘na tragedia.

Così mi è venuto in mente Holden, quello di Salinger, che diceva: «quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira».

Ecco sì, io Leopardi lo chiamerei al telefono volentieri. Oddio, per la verità non vorrei che fosse mio amico per la pelle, sai che angoscia… Però una telefonata tipo “telefono amico” gliela farei. Dai su Giacomino non fare così, al mondo c’è speranza per tutti! E già me lo immagino lì a sogghignare, nella sua ferrea convinzione che la vita è uno schifo perché l’uomo non può fare altro che passare dal dolore alla noia, e chi crede o spera nella felicità non è altro che un povero illuso… Così cercherei di superare l’irritazione per dirgli che no, andiamo, non è vero: non c’è nessuno che sia felice sempre, e neanche sereno e tranquillo sempre, ma mica per questo tutta la vita è solo un accumularsi di disperazione. E poi forse mi verrebbe da aggiungere che c’è più forza e più coraggio a incaponirsi nel cercare la felicità e proteggerla e sapersela godere nonostante tutto, e a sforzarsi di vedere uno spiraglio di luce anche nei giorni più bui, piuttosto che a fossilizzarsi nella propria infelicità raccontandosi che tanto è nella natura degli uomini essere infelici, e chi non ci crede è solo uno sciocco che si rifiuta di guardare in faccia la realtà… A questo punto magari Leopardi mi attaccherebbe il telefono in faccia. Oppure gli verrebbe da fare un sorrisetto condiscendente, e lì il telefono in faccia glielo attaccherei io. Insomma, non sono sicura che riusciremmo ad andare d’accordo…

E siccome ostinarsi a voler convincere le persone è inutile, tanto più se si cerca di convertire alla gioia di vivere un poeta depresso – e soprattutto irrimediabilmente morto, ho deciso di soprassedere sulla filosofia del povero Giacomo. Differenze inconciliabili, come dicono quelli che divorziano. Al massimo posso dispiacermi per lui. Per il resto cerco di godermi le situazioni immaginate dalla sua fantasia, i dialoghi surreali, i momenti più poetici… e penso al prossimo romanzo da leggere.

PS. Comunque con tutto questo discorso non poteva non venirmi in mente Silvio Orlando: in questo paese non si può fare neanche un concorso da vigile urbano senza sospirare su come soffrivano Manzoni e Leopardi!

 

Un eroe dei nostri tempi

Domenica scorsa volevo portarmi al mare un romanzo. Avevo ricominciato a dipingere qualche giorno prima, dopo una lunga pausa, e siccome avevo la testa piena di immagini e di colori mi è tornato in mente questo libro: Un eroe dei nostri tempi, di Michail Jur’evič Lermontov (Feltrinelli, 2004, 181 pagine).

Lermontov non ha scritto molto, purtroppo. Faceva il militare di professione, e da vero eroe romantico era tormentato da forti passioni, coraggioso e costantemente in cerca di rogne: fu capace di farsi mandare in esilio nelle selvagge regioni del Caucaso per ben due volte, e alla fine morì in duello a ventisette anni, nel 1841. Da quello che ho letto in un paio di sommarie biografie doveva essere affascinante e insopportabile. In ogni caso scriveva da dio. Io l’ho scoperto per caso diversi anni fa, incuriosita da una citazione tratta da Un eroe dei nostri tempi trovata su un giornale. All’epoca non avevo mai sentito nominare Lermontov, e decisi di comprare il libro così, sulla fiducia. Non appena iniziai a leggerlo, la prima cosa che pensai fu: Ma guarda, questo pensa a colori. No anzi, meglio, questo scrive a colori. Pare un pittore.

Rileggendo ora questo romanzo per la terza volta (!), non faccio che trovare conferme di quella prima impressione.

Da tutti i lati montagne inaccessibili, rupi rossastre coperte di edere verdi e coronate di macchie di platani, dirupi gialli coperti di borri e là, alta alta, la frangia dorata delle nevi, mentre in basso l’Aragva, riunitosi a un altro ruscello privo di nome, liberandosi rumorosamente dalla nera gola piena di nebbia si stende come un filo d’argento e luccica come un serpente per le sue squame.

La luna impallidiva a occidente, ed era pronta a immergersi nelle nere nubi appese alle cime lontane come pezzi di un sipario stracciato…

Nubi dorate erano sorte sulle montagne, come una nuova fila di montagne fatte d’aria…

Questi sono quadri. Quadri veri, dipinti (scritti) a colori. Non è possibile leggerli come una triste cartolina in bianco e nero. E sono sicura che anche l’uomo con meno immaginazione al mondo non possa leggere di «nere nubi appese alle cime lontane come pezzi di un sipario stracciato» senza che gli si accenda mezza immagine in testa. Come si fa a non vedere niente?

Poi, molto tempo dopo aver letto Un eroe dei nostri tempi per la prima volta, ho scoperto che Lermontov non era stato solo scrittore, ma anche pittore. E ora ogni volta che lo leggo non posso fare a meno di chiedermi: ma se non avesse mai tenuto un pennello in mano, avrebbe comunque scritto con tutti questi colori? Sarebbe stato capace di vedere, e far vedere, queste immagini che sono quadri? Non so, alla fine ci sono molti scrittori che, pur facendo “solo” gli scrittori, sono bravissimi a evocare delle immagini vivide. Ma Lermontov è l’unico di cui io abbia mai pensato: Questo pensa a colori.

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Paintings_by_Mikhail_Lermontov,_1828-31

Tutto sommato non era neanche male come pittore…

Mi rendo conto, in ogni caso, che uno non legge romanzi per trovarci dei quadri (non solo, almeno); quindi vale la pena spendere qualche riga per spiegare perché questo libro mi piace tanto. Voglio dire, non è che rileggo tre volte qualsiasi romanzo!

Lermontov ha definito Un eroe dei nostri tempi «la storia di un’anima umana». Il protagonista è Grigorij Aleksandrovič Pečorin, un giovane ufficiale dell’esercito russo, le cui vicende sono narrate da tre diversi punti di vista (quello di un commilitone, quello dell’autore-narratore e quello di Pečorin stesso) in cinque capitoli che potrebbero essere benissimo cinque racconti indipendenti l’uno dall’altro, e che non sono organizzati in ordine cronologico. Questa particolare struttura crea un po’ l’effetto mosaico: bisogna cercare di unire tutte le tessere per vedere l’immagine, per capire Pečorin nel suo insieme. Ma comunque è Pečorin stesso che ci avverte, con grande finezza psicologica e con amaro disincanto, che nella vita nessuno conosce nessuno fino in fondo.

E, forse, domani morirò! E non rimarrà in terra nessun essere che mi abbia capito completamente. Alcuni mi considereranno peggiore, altri migliore di quello che effettivamente sono. Alcuni diranno: era un gran bravo ragazzo; altri: un mascalzone. E gli uni e gli altri mentiranno. E dopo ciò vale la pena vivere? Ma si vive lo stesso, per curiosità: si aspetta qualcosa di nuovo. Fa ridere e fa rabbia.

Certo devo ammettere che, una volta unite le tessere del mosaico, non è che Pečorin mi stia particolarmente simpatico. Irrequieto, intelligente e annoiato, tanto fra la buona società quanto fra le montagne del Caucaso, sembra si diverta a sfogare il suo narcisismo conquistando e illudendo donne di cui in realtà non gli importa granché, per vedere fino a che punto è in grado di dominare gli altri: le sue passioni sono fredde, vuote. Infatti è sempre lui a dire, con un certo compiacimento: «Essere per qualcuno ragione di sofferenza e di gioia, non avendone alcun diritto reale, non è il più dolce alimento della nostra superbia? E che cos’è la felicità? Superbia appagata».

Lermontov scrisse nella prefazione che Pečorin «è sì un ritratto, ma non di una sola persona: è il ritratto dei difetti di tutta la nostra generazione nel pieno del loro sviluppo». In realtà però non sembra che lo disprezzasse; io anzi ho l’impressione che un po’ se lo sentisse affine. A chi criticava il suo personaggio per l’assenza di moralità, sempre nella prefazione rispose: «Se avete ammirato invenzioni molto più orribili e mostruose, perché questo carattere, nemmeno come invenzione, incontra la vostra misericordia? Non sarà forse perché c’è in lui più verità di quanto vi sareste augurati?»

E in effetti forse è questo il punto. Un eroe dei nostri tempi mi piace tanto non perché la storia sia poi così intrigante o ricca di colpi di scena, non perché il protagonista sia particolarmente amabile, ma perché Lermontov espone spietatamente, con un’esattezza che a volte quasi disturba, i ragionamenti, i sentimenti e le motivazioni di Pečorin, senza cercare in alcun modo di addolcire la pillola. E lo fa scrivendo benissimo.

Devo dire, poi, che probabilmente Lermontov aveva ragione. Gli atteggiamenti e i pensieri di Pečorin sono spesso indegni, meschini ed egoistici, ma lettori suoi contemporanei li conoscevano bene; e, nonostante i tempi e le situazioni siano cambiati, li conosciamo bene pure noi, anche se non ci piace ammetterlo. Perché certo non siamo tutti disincantati, cinici, freddi, annoiati (e stronzi, diciamolo) come Pečorin, ma tutti abbiamo senz’altro sperimentato sentimenti meschini, o agito egoisticamente, ogni tanto; tutti – salvo rari casi di santità – abbiamo provato almeno una volta quella felicità che è soltanto «superbia appagata».

E così, anche se personalmente non mi sento affine al protagonista di Un eroe dei nostri tempi, credo che questo libro sia lo specchio dei lati meno nobili di ognuno di noi, dei lati che meno vorremmo vedere ma che ogni tanto dovremmo avere la franchezza di riconoscere. Lermontov è stato coraggioso a scrivere questo romanzo senza risparmiarci nulla, e di tanto in tanto mi piace riprenderlo in mano, quando ho voglia di andare un po’ più in profondità.

E poi, dicevo, Lermontov scriveva da dio…

Tornai a casa per i vicoli deserti del villaggio; la luna, piena e rossa come il riflesso di un incendio, cominciava a mostrarsi dentro l’orizzonte dentato delle case; le stelle tranquillamente brillavano sulla volta azzurro scuro e mi venne da ridere quando mi ricordai che c’erano stati uomini saggissimi che pensavano che i corpi celesti prendessero parte ai nostri litigi insignificanti per un pezzo di terra o per certi pretesi diritti. E dunque? Quelle lampade accese, credevano, solo per illuminare le loro battaglie e i loro trionfi ardono con immutato splendore, mentre le loro passioni e le loro speranze da tempo son spente, come fuocherelli accesi al limitare di un bosco da uno spensierato viandante. Ma, a pensarci, quale forza di volontà avrà dato loro la sicurezza che tutto il cielo con i suoi infiniti abitanti li guardasse con partecipazione immutabile, anche se muta. Noi invece, loro miseri discendenti, che vagabondiamo per la terra senza convinzioni né orgoglio, senza piaceri e senza paure, tranne l’involontario timore che ci stringe il cuore al pensiero dell’inevitabile fine, noi non siam più capaci di grandi sacrifici per il bene della razza umana e neppure per la nostra felicità personale, perché sappiamo che essa è impossibile, e indifferenti passiamo di dubbio in dubbio come i nostri antenati saltavano da un errore all’altro, senza avere, come loro, né speranze, né quell’indeterminato, benché puro, piacere, che l’anima trova in ogni lotta con gli uomini o col destino.

Il rinomato catalogo Walker & Dawn

Eravamo partiti in quattro.
Te Trois il coraggioso, che voleva dominare la vita. Eddie lo sciamano, che voleva scoprire i segreti. Tit che era piccolo, ma grande quando c’era bisogno. E Julie, l’invulnerabile, che voleva essere felice.

 

Il più bel libro che ho letto di recente è un libro per ragazzi: Il rinomato catalogo Walker & Dawn, di Davide Morosinotto (Mondadori, 2016, 328 pagine).

È perfetto da leggere se hai tredici anni, ma anche se ne hai trentatre; l’importante è che ti piacciano le avventure e che tu abbia qualche pigro pomeriggio da passare in spiaggia o qualche ora di sonno da sacrificare, perché una volta iniziato non c’è scampo: vorrai assolutamente sapere come va a finire.

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La storia è quella di quattro amici per la pelle, quattro ragazzini della Louisiana dell’inizio del Novecento: Te Trois, che abita con la madre e i fratelli in una fattoria e sogna di vivere esperienze entusiasmanti; Eddie, il figlio del medico, che porta gli occhiali, conosce i libri e ha la curiosità di chi vuole capire sempre tutto; Julie e Tit che sono fratelli, lei bianca e lui nero, lei forte e determinata, lui piccolo e silenzioso, perso nel suo mondo.

I quattro vivono nel bayou, muovendosi in un’atmosfera che ricorda tanto Huckleberry Finn di Mark Twain: scappano appena possono nel loro rifugio segreto nascosto tra le paludi del Mississippi, vanno a pesca sul fiume, costruiscono da soli una canoa con la corteccia d’albero e cercano di sfuggire alle noiosissime lezioni della scuola domenicale. Un bel giorno, avendo trovato tre dollari in un barattolo di latta, decidono di comprare niente meno che una pistola e dei proiettili da un catalogo di vendite per corrispondenza: quando però l’attesissimo pacco arriva da Chicago, i ragazzi ci trovano dentro un orologio da taschino di ottima fattura, ma rotto. Poco dopo arriva in paese uno straniero, che per riavere indietro l’orologio è disposto a pagare molto… Perché quell’orologio rotto è così prezioso? E perché i proprietari del catalogo ci tengono tanto a riaverlo indietro?

Così Te Trois, Eddie, Julie e Tit decidono di mettersi in viaggio per Chicago per restituire il misterioso orologio e incassare la ricompensa, dando inizio un’avventura dal ritmo incalzante che si snoda tra i battelli a vapore che risalgono il Mississippi, i treni che attraversano le grandi praterie e le caotiche città che i ragazzi non hanno mai visto, dove si possono comprare vestiti eleganti, dove iniziano a circolare le prime automobili («carrozze a vapore che si potevano guidare come battelli»), dove può capitare che qualcuno si rifiuti di servire un bicchiere di limonata a un ragazzino di colore e dove è facilissimo perdersi fra gente e palazzi .

Un po’ romanzo di viaggio, un po’ giallo, soprattutto storia d’avventura e d’amicizia, Il rinomato catalogo Walker & Dawn fila che è un piacere, narrato dalla voce dei quattro protagonisti, talmente veri, così furbi e allo stesso tempo ingenui, così coraggiosi e divertenti, che verrebbe voglia di incontrarli davvero. Su tutti mi sono affezionata soprattutto a Eddie, il ragazzino curioso, affamato di storie e di vita, afflitto da Centododici Preoccupazioni, che si sente sciamano perché un indiano gli ha insegnato i segreti della natura ma anche perché ha imparato che «i libri sono la magia dell’uomo bianco». Anche gli altri però sono indimenticabili: Julie che scappa dall’infelicità eppure non piange mai, perché sa chiudersi in se stessa per diventare «calma e forte come una tartaruga di palude», Te Trois, lo spirito libero che vuole vedere il mondo e vivere avventure, e Tit, sempre zitto, che capisce molto più di quanto gli altri non pensino. Anzi, proprio a lui è affidato l’epilogo della storia, che dà finalmente una risposta a quel che io mi chiedo con quasi tutti i libri che mi piacciono: che fine fanno i protagonisti dopo la parola fine? E devo dire che per certi aspetti è pure una risposta commovente…

Mi piacerebbe moltissimo vedere un film tratto da questo libro. Lui, che ha letto il libro insieme a me, perché mi vedeva sempre col naso incollato alle pagine, e che come me ne è rimasto entusiasta, dice che in realtà è proprio il libro ad avere un ritmo da film, e ha ragione. Inoltre si tratta di un romanzo che punta moltissimo sulle immagini: tra i capitoli troviamo pagine del famoso Catalogo Walker e Dawn, cartine geografiche e ritagli di giornale… Questo però non rende il libro simile a tanti altri racconti illustrati per ragazzi; piuttosto, aiuta il lettore ad avere l’impressione di trovarsi veramente dentro la storia. Quindi che posso dire… tanti complimenti all’autore, ma tanti complimenti anche a chi si è occupato della parte grafica!

L’apertura mentale…

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Qualche sera fa ho incontrato una signora di una certa età, una signora colta e interessante. Ha visto il mondo, ha fatto scelte coraggiose, ha una vita piena, ha una figlia un po’ più grande di me di cui va orgogliosissima.

Eppure… Quella signora, parlando di sua figlia, a un certo punto ha detto: «Sapete, la grande batosta me l’ha data quando ha scelto di fare il liceo classico. E poi ha scelto di fare lettere, un’altra batosta. Una persona intelligente come lei doveva fare una facoltà seria, impegnativa, tipo medicina!»

Certo, perché notoriamente quelli che si iscrivono a lettere sono tutti stupidi.

Alla conversazione si sono poi aggiunte perle memorabili su Dante, «quelli che scrivono pagine e pagine su Dante, ma che palle!» (sì perché in fondo… ma che ci sarà mai da dire ancora su Dante?!), e su di me che amavo tanto studiare latino, «ma a che serve il latino, e poi comunque il latino mica serve capirlo, basta imparare a memoria, no?»

Al che un’altra signora di una certa età ha risposto che anche l’italiano bisogna capirlo. Grazie al cielo un po’ di buon senso, ho pensato.

Quanto a me, ho detto qualcosa sull’apertura mentale che la letteratura stimola, ma quando la signora ha sentenziato: «no guarda, io e te parliamo lingue diverse», ho deciso di restarmene sulle mie, perché non potevo mica mandare a stendere a casa d’altri una che ha cinquant’anni più di me. Poi c’è anche un altro fatto: non è solo questione di buona educazione, è anche questione di carattere. Io non sono la persona più estroversa del mondo, nonostante la chiacchiera facile e il visino sorridente possano spesso indurre le persone a pensare il contrario. Io non credo valga la pena aprirsi con chiunque. Con questo non intendo dire che non discuto e non argomento con gente che la pensa diversamente da me; ma se mi trovo davanti a una simile ottusità semplicemente abbondono il campo: che parlo a fare? Forse avrei potuto sinteticamente rispondere che studiare lettere serve se non altro a evitare di dire certe cretinate, ma in fondo sarebbe stato come parlare al muro. E così sono stata zitta.

Eppure scrivo qui perché il ricordo di quella serata mi irrita ancora profondamente. Magari l’ho presa troppo sul personale, dato che in questo triste paese si sente parlare fin troppo spesso dell’inutilità degli studi umanistici e quella brillante signora non è la prima e non sarà l’ultima a fare certi discorsi. Però il punto è questo: io ho studiato lettere antiche, ho un dottorato di ricerca in letteratura latina e ora faccio un lavoro che non c’entra niente con tutto questo; ma nel tempo libero, tra l’altro, scrivo una tesi per laurearmi in lettere moderne. Quindi sì, la prendo sul personale perché per me è personale, eccome se lo è. Il tempo che ho passato e che passo a studiare letteratura, e storia, e filosofia, è tra le cose più belle e personali della mia vita. È una delle cose che più hanno contribuito a rendermi la persona che sono, che mi hanno definito. E il tempo che ancora passo a leggere e scrivere, per svago o per studio, mi aiuta sempre: ad arricchirmi, a incuriosirmi, a divertirmi, a commuovermi, a immedesimarmi negli altri, a cercare nuove prospettive, a usare l’immaginazione, a capire e a farmi capire. E anche a portarmi altrove, nei momenti in cui provo ansia, fastidio o semplicemente noia a stare dove sto. Certo non pretendo che un’anziana signora appena conosciuta debba capire tutto questo di me o anche solo pensarla come la penso io: ma sarebbe simpatico se le venisse almeno in mente di guardare un pochino più in là del proprio naso e dei suoi intelligentissimi, utilissimi, scientificissimi studi di statistica. E per la cronaca il mio Lui è uno che la statistica la insegna, quindi non è che ce l’ho con la categoria o con quel genere di materie: è solo che ho incontrato una persona dalla mente ristretta. Chissà, forse un po’ di letteratura le avrebbe aperto molti orizzonti…

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D’altra parte devo anche dire che frequentare molto i libri rende esigenti, anche – e forse soprattutto – nella scelta delle persone da frequentare. Come diceva quel gran personaggio che era Ottavio Missoni:

Guardi che la lettura è miracolosa. Con pochi euro si può passare una serata con il signor Voltaire mentre tante volte ti siedi al bar a parlare con un coglione qualsiasi.

Quindi forse il rimedio migliore contro il fastidio provocato da certi incontri è lasciar correre e dedicarsi a cose più interessanti, come le pagine di un bel libro. Più vado avanti e più penso che per molti versi i libri siano casa mia. Ogni tanto (…spesso?) mi concedo di farli diventare anche la mia trincea…