Chiamatemi Ismaele

La prima volta che ho letto Moby Dick, direi forse quindici anni fa, ho cominciato tutta baldanzosa, complice un incipit immortale, e ho finito che non ne potevo più. Volevo scendere a terra, ne avevo abbastanza dei deliri di quel pazzo del capitano Achab e onestamente mi ero stufata di tutti quei capitoli sulla classificazione delle balene, sulla testa del capodoglio, sulle pinne del capodoglio, sulla coda del capodoglio… Così ho accolto l’ultima pagina del romanzo con un certo sollievo e l’ho messo da parte, ma poi negli anni ho continuato a pensarci. Mi sembrava un libro con cui non ero riuscita a fare amicizia ma che, nella sua pesantezza, forse aveva ancora qualcosa da dirmi. M’immaginavo ogni tanto a girare con Ismaele tra le locande e nel porto di Nantucket, pensavo alle baleniere che vagavano per anni da un oceano all’altro e mi veniva in mente Queequeg, il ramponiere selvaggio, col suo idoletto di legno e tutti i suoi tatuaggi.

Poi, un paio d’anni fa, ho saputo che Moby Dick è ispirato a una storia vera. L’ho scoperto grazie a questo film:

Oddio, per la verità c’era scritto anche nell’introduzione del romanzo, ma diciamo che è stato merito di questo film se ho registrato l’informazione in maniera più consapevole. Magie di Hollywood…

Il titolo comunque non mi era nuovo. Così sono andata a spulciare su internet e ho ripescato una vecchia recensione che avevo letto un bel po’ di tempo prima, senza prestare molta attenzione. Parlava di un libro uscito nel 2000: Nel cuore dell’oceano. La vera storia della baleniera Essex, di Nathaniel Philbrick (ora pubblicato anche col titolo Heart of the sea. Le origini di Moby Dick, Elliot, 2015, 320 pagine). L’ho comprato e ho scoperto che è un libro bellissimo, potente e crudo, scritto da uno storico americano che potrebbe benissimo fare il romanziere… cosa che tra parentesi a Hollywood hanno capito perfettamente, perché è gente che ha fiuto per le storie.

È andata a finire che non sono riuscita a staccarmi dalle pagine. Lui, che mi vedeva sempre più persa fra le acque del Pacifico, alla fine si è arreso, ha preso l’e-book e mi ha seguito nel viaggio. Un viaggio che comincia nel 1819 fra le strade e il porto di Nantucket, nella vita quotidiana di questi quaccheri che facevano affari d’oro con l’olio di balena, e s’interrompe bruscamente poco più di un anno dopo al largo delle coste dell’Ecuador, quando la baleniera Essex viene attaccata e affondata da un enorme capodoglio. Inizia così la tremenda odissea dell’inesperto capitano George Pollard, dell’ambizioso primo ufficiale Owen Chase e degli altri naufraghi, alla deriva in tre lance nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, con le poche provviste di cibo e d’acqua che sono riusciti a recuperare prima che la nave colasse a picco. L’autore narra con partecipazione tutte le tribolazioni, le speranze, gli errori dello sventurato equipaggio, fino alla drammatica scelta, dettata dalla disperazione, di cibarsi della carne dei compagni morti lungo il percorso. Di venti persone ne sopravvissero otto. La lancia di Chase fu recuperata 89 giorni dopo il naufragio, quella di Pollard 93 giorni dopo, mentre della terza lancia non si seppe più nulla.

Finito il libro, ci siamo messi a organizzare le vacanze. Sapevamo già che saremmo andati negli Stati Uniti, in un percorso on the road da New Orleans a New York. A quel punto, ho pensato, allungarci fino a un’isoletta ventosa dell’Atlantico diventava anche fattibile… E così, con Moby Dick nello zaino, in un giorno di fine agosto sono finalmente sbarcata a Nantucket pure io.

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L’isola è proprio come nei libri, un banco di sabbia spazzato dal vento, l’insenatura del porto con le casette di legno e balene dappertutto.

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Abbiamo trovato la casa di George Pollard, il capitano della Essex. Adesso è diventata un negozio di souvenir, ma ci hanno messo una targa per ricordarlo. Dopo il disastro della Essex gli fu affidata una seconda nave, ma naufragò anche quella incagliandosi in una secca. Il capitano finì i suoi giorni facendo il guardiano notturno di Nantucket, vivendo serenamente accanto alla moglie e osservando ogni anno un giorno di digiuno per ricordare i compagni scomparsi.

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Abbiamo trovato anche la tomba di Owen Chase. Ci abbiamo messo una vita anche perché per entrare nel New North Cemetery ci siamo praticamente infilati in mezzo a una siepe, ma alla fine ci siamo sentiti due veri Indiana Jones. Nel cimitero per la verità c’eravamo solo noi e chi passava lungo la strada ci guardava con aria perplessa. Ho il vago sospetto che non avessero colto il nostro spirito avventuroso e si chiedessero che cavolo ci facevamo là… Comunque, per chi fosse curioso di saperlo, Chase ebbe poi per mare una carriera fortunata, a differenza del capitano Pollard. In vecchiaia iniziò però ad essere tormentato da incubi terribili, prese l’abitudine di nascondere il cibo in cantina e fu dichiarato infermo di mente. Poveraccio.

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Abbiamo visitato il Nantucket Whaling Museum, che contiene tutto quello che avreste voluto sapere sulle balene e sulle baleniere e non avete mai osato chiedere. Contiene anche una balena intera, per la verità. E una cordicella intrecciata da uno dei naufraghi dell’Essex durante quegli interminabili giorni trascorsi alla deriva…

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Nel frattempo ho anche riletto Moby Dick, lentissimamente, poche pagine per volta. È durato mesi. È stato bellissimo. Mi sono goduta Nantucket nelle pagine di Melville, mi sono goduta l’oceano, mi sono goduta l’equipaggio multicolore e mi sono goduta pure la testa del capodoglio, le pinne del capodoglio, la coda del capodoglio… Ho conservato una certa antipatia per il capitano Achab, ma ho capito di avere fra le mani un libro epico.

E adesso, chiamatemi Ismaele.

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Sulle tracce dei Moschettieri

Leggere è viaggiare, lo penso sempre ed è una benedizione quando non posso muovermi. Poi, quando viaggio davvero, mi capita ogni tanto di visitare i luoghi descritti nei libri e, se sono libri che amo, mi sembra di entrare dentro le pagine rivivendo emozioni forti e situazioni avventurose, ho quasi l’impressione di poter incontrare i miei personaggi preferiti appena svoltato l’angolo… sì, ho una fervida immaginazione.

La prima volta che mi è successo è stato per caso, tanti anni fa, quando studiavo a Parigi e con altri tre ragazzi italiani organizzammo una gita al castello di Vaux le Vicomte. È un posto meraviglioso, da favola veramente: ho ancora davanti agli occhi le sale lussuose, i giardini fioriti, le fontane e un bosco pieno di narcisi, ma la cosa che ricordo meglio, e che mi fa ancora sorridere ogni volta che ripenso a quella gita, è la curiosa, esaltante sensazione, che mi accompagnò tutto il giorno, di essere finita dentro a un romanzo di Dumas. Avrei potuto imbattermi in d’Artagnan e Aramis da un momento all’altro, avrei potuto partecipare alla grande festa organizzata in onore del Re… In quell’occasione scoprii che leggere certi libri rende vivi certi luoghi, e che alcuni luoghi ci parlano perché conosciamo le loro vite precedenti, le loro vite nascoste.

Dopo Vaux le Vicomte, mi è sempre piaciuto andare alla ricerca di quella sensazione. L’ho cercata a Parigi l’anno scorso e quest’anno ci ho riprovato, grazie alla complicità di Lui e ai suggerimenti di una storica francese appassionata dei Moschettieri tanto quanto me, organizzando una vacanzina di una settimana in quella che una volta si chiamava Guascogna. Dico una volta perché ora è diventata il dipartimento del Gers, che tristezza. Comunque. Lo sapevate che i tre (quattro) Moschettieri sono esistiti per davvero?

D’Artagnan si chiamava Charles de Batz Castelmore d’Artagnan e veniva da Castelmore, frazione di un paesello di nome Lupiac, che al momento conta poco più di 300 abitanti e che si potrebbe serenamente definire “buco della Guascogna”. È un grazioso, ordinato e deserto posticino molto adatto a chi cerca la pace dei sensi e l’isolamento degli eremiti. L’unica persona che ci abbiamo incontrato è stata la gentile signora che gestisce il museo d’Artagnan, che è il paradiso degli esaltati come me e dei collezionisti di libri di cappa e spada (se siete invece persone normali, non è una meta indispensabile). Nella piazza del paese, deserta anche quella, si trova una bella statua equestre del mio eroe. Mi piace pensare che gli assomigli.

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Abbiamo scoperto che la seconda domenica di agosto si svolge ogni anno in paese il festival d’Artagnan, con tanto di corteo in costume. A occhio e croce credo che sia l’unico giorno vivace dell’anno per gli abitanti di Lupiac. A pochi minuti dal paese si trova poi il castello di Castelmore, dove d’Artagnan nacque e abitò da ragazzo, prima di partire per Parigi come racconta anche Dumas.

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A vedere le stradine strette e le campagne verdi e tranquille che lo circondano, mi pare quasi di trovarmelo davanti, questo giovanotto a cavallo pieno di belle speranze mentre se ne va spedito al galoppo verso la capitale, per mettersi al servizio del Re…

Poi ci siamo spinti più a sud, nel Béarn, verso i Pirenei e il confine con la Spagna. Abbiamo visto le rovine del castello di Athos, che si chiamava Armand de Sillègue d’Athos e morì giovane in un duello a Parigi, probabilmente senza mai incontrare d’Artagnan.

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Abbiamo visto quel che rimane (molto poco, a dire il vero) dell’abbazia di Aramis, che si chiamava Henry d’Aramits ed era un gentiluomo protestante, nonché abate laico, che fu moschettiere per qualche anno.

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Abbiamo pernottato nel castello di Porthos, che si chiamava Isaac de Potheau. Il castello è ristrutturato ma vero, un castelletto da signorotto di campagna con le scale di legno che cigolano e le travi sui muri. Ora è un bed & breakfast, ma per me dormire lì è stato come essere invitata dal barone Porthos du Vallon de Bracieux de Pierrefonds in persona…

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Abbiamo visto il castello di Monsieur de Tréville, capitano dei Moschettieri, perché ho scassinato il cancello di un giardino e abbiamo incontrato un giardiniere gentile. Abbiamo cercato di scassinare pure il portone della chiesetta là vicino per vedere anche la tomba di Tréville, ma quella storia delle forcine funziona solo nei film e comunque io avendo i capelli corti le forcine non le uso, quindi niente.

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Il viaggio è stato divertente come una lunga caccia al tesoro. Abbiamo girato a lungo sulle colline fra campi di girasoli e campi di granturco, in paeselli piccoli e tranquilli, dove tutti ci guardavano chiedendosi chi fossimo e cosa ci facessimo lì. A vedere come è tutto fermo e pacifico da quelle parti ho capito perché partire per Parigi a servire il Re a quei tempi doveva sembrare una sferzata di vita per qualsiasi giovane con una qualche ambizione.

Poi la nostra vacanza ha preso una piega più mondana: siamo stati a Saint-Jean-de-Luz, una deliziosa cittadina sulla costa atlantica vicinissima al confine con la Spagna, tutta colorata e piena di vita, abbiamo visto le onde dell’oceano a Biarritz, abbiamo visitato Bordeaux, siamo saliti sulla duna più alta d’Europa e siamo passati dal Medioevo delle fortificazioni di Carcassonne al futuro della Cité de l’Espace a Tolosa. È stato bellissimo. Ma soprattutto quei giorni passati un po’ all’avventura in mezzo alla campagna, a seguire le tracce dei Moschettieri come due detective, non me li dimenticherò mai…

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Per noi le prossime vacanze arriveranno a Ferragosto. Sarà un viaggio più lungo e più lontano e sono emozionatissima a pensarci anche se i libri non c’entreranno granché. Tranne un giorno. Il giorno per cui mi sono intestardita e ho fatto in modo di prenotare un traghetto per arrivare su un’isoletta dell’Atlantico. Quell’isoletta da cui partì il Pequod con un capitano pazzo, che voleva dare la caccia a una balena bianca…

E voi? Avete mai organizzato delle vacanze nei luoghi dei vostri libri del cuore?

Cyrano quello vero

Quando si parla di Cyrano de Bergerac, in genere tutti pensano a uno spadaccino dalla lingua pronta e dal naso lunghissimo che sussurra nell’ombra parole d’amore a una donna innamorata di un altro. Ah, l’apostrofo rosa fra le parole t’amo… Rossana che è un po’ rimbambita e non capisce praticamente nulla fino all’ultima pagina… Cristiano che è così attraente però non sa mettere insieme due parole in croce… Tutto molto bello, no? Solo che questo è il Cyrano di Edmond Rostand. Poi c’è anche il Cyrano quello vero, ed è tutta un’altra storia.

Il Cyrano quello vero si chiamava Savinien de Cyrano de Bergerac… insomma Cyrano era il cognome, pensa te. Era di Parigi, non guascone come scrive Rostand, e il fatto che nella Parigi del Seicento girassero in carne ed ossa sia lui che Charles de Batz Castelmore d’Artagnan (cioè d’Artagnan quello vero) è la cosa che più di tutte mi fa rimpiangere il fatto che non sia ancora stata inventata la macchina del tempo.

Come il Cyrano di Rostand, anche quello vero fu un abile spadaccino e un talentuoso scrittore in prosa e in versi, perennemente squattrinato e, a giudicare dai ritratti che ci sono arrivati, davvero dotato di un naso di una certa importanza.

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A vent’anni si arruolò come cadetto volontario nella Compagnia delle Guardie con cui partecipò a qualche battaglia importante, ma la sua carriera militare finì presto a causa di alcune gravi ferite di guerra. Nonostante questo, rimase uno dei migliori spadaccini della sua epoca e, una volta tornato alla vita civile, divise il suo tempo fra la frequentazione dell’ambiente mondano parigino e le lezioni di scherma. Nel 1645 si ammalò, probabilmente di sifilide, e trovandosi costretto ad abbandonare ogni velleità di combattimento si dedicò allo studio delle opere degli scienziati che in quegli anni stavano rivoluzionando la concezione del mondo, come Copernico, Keplero e Galileo. Ebbe uno spirito arguto e polemico e fu uno degli scrittori più estrosi del Seicento francese: scrisse opere teatrali, testi satirici, epistole e due racconti fantastici dal contenuto filosofico, L’altro mondo o gli stati e gli imperi della Luna e Gli stati e gli imperi del Sole. Morì a soli trentasei anni, nel 1655, malato, solo e in pessime condizioni economiche.

Quando mi sono trovata di fronte al vero Cyrano, all’inizio sono rimasta un po’ male. E Rossana? E l’apostrofo rosa? Niente, pare che non ci siano state donne importanti nella sua vita. D’altra parte, se aveva preso la sifilide a venticinque anni, posso pure capire una fine precoce dei bollenti spiriti… Poi però ho letto L’altro mondo o gli stati e gli imperi della Luna e ho pensato che magari Cyrano quello vero sarà pure stato meno romantico del personaggio di Rostand, ma cavoli quanto mi sarebbe piaciuto farci due chiacchiere! Brillante, irriverente, colto, comico e moderno. Com’è che quasi tutti si sono dimenticati di lui?!

L’altro mondo è la storia di un viaggio sulla Luna. Nel 1610 Galileo col Sidereus nuncius aveva annunciato al mondo le sue scoperte fatte grazie al telescopio: tra le altre cose, aveva scritto che la Luna ha una conformazione simile a quella terrestre, con valli, montagne e crateri, e questa fu una rivelazione per gli uomini del Seicento. Diversi autori iniziarono a immaginare la Luna come un mondo popolato, analogo al nostro, e crearono racconti fantastici a volte per divulgare la nuova astronomia, altre volte per prendere in giro usi e costumi largamente diffusi, spesso affermando cose che non avrebbero mai osato esternare in contesti più realistici. Parlare della Luna insomma era anche un modo di liberarsi dalle convenzioni sociali della Terra, e gli scrittori del Seicento decisero di approfittarne.

Cyrano, che aveva uno spirito polemico niente male (su questo Rostand non si è inventato nulla, bisogna ammetterlo), scrisse L’altro mondo con l’intenzione di criticare la maggior parte delle opinioni diffuse ai suoi tempi. Mi rendo conto che messa così la faccenda non sembra particolarmente attraente, ma per fortuna il nostro uomo era anche dotato di un bell’umorismo (pure su questo Rostand aveva ragione): non gli sfuggiva né l’ironia della vita quotidiana né la comicità involontaria dei cosiddetti sapienti convinti di avere tutta la verità in tasca, e sapeva ridere di gusto. Io mentre lo leggevo pensavo a Voltaire. Quanto si sarebbero piaciuti se si fossero incontrati! Perché sì, Cyrano sfrutta il suo viaggio sulla Luna per difendere la teoria eliocentrica, per parlare della pluralità dei mondi e dell’infinità dell’universo, e certamente per attaccare le convenzioni sociali più antiquate, ma lo fa sempre con leggerezza. Gli episodi del suo racconto scorrono veloci e i discorsi seri sulla morale, la religione e la scienza si alternano senza soluzione di continuità a situazioni e dettagli francamente ridicoli. Ad esempio la partenza di Cyrano per la Luna non ha nulla di serio o di epico: al primo tentativo il novello astronauta sbaglia destinazione, al secondo si schianta giù da una collina con la sua macchina volante e al terzo, quello buono, finisce nel Paradiso terrestre (o meglio, lunare) in cima all’albero della vita, con la famosa mela spiaccicata sulla faccia…

Cyrano aveva anche la rara dote dell’autoironia: nel suo Altro mondo gli abitanti della Luna hanno tutti il naso lungo, tanto da poterlo usare come una meridiana per misurare l’ora, e ne sono ben felici perché il naso lungo è sempre il segno distintivo di «un uomo spirituale, prudente, cortese, affabile, generoso e liberale». Insomma, mi sa che Rostand ci aveva preso pure sul naso… Non che questo sia fondamentale, ma mi ha fatto sorridere scoprirlo. In realtà ho sorriso e ho riso spesso leggendo Cyrano, ho pensato mannaggia che è morto così giovane, brillante com’era chissà che altro avrebbe potuto scrivere… A dire la verità ogni tanto ho anche avuto l’impressione che fosse una di quelle persone che non sanno prendere nulla sul serio, neppure le proprie opinioni, ma poi mi sono dovuta ricredere, perché in realtà c’era una cosa che per lui era importante e serissima, una cosa su cui era ostinato e irremovibile: la libertà di pensiero, che non era così comune nel Seicento. Cyrano batte e ribatte su questo punto a più riprese e scrive che nessuno può costringere nessun altro a pensarla diversamente da come la pensa, su qualsiasi argomento, perché chi non è convinto farà soltanto finta di aver cambiato idea. Il che oggi ci sembra ovvio; il Seicento però era il secolo dell’Inquisizione, e quella che adesso è un’affermazione banale all’epoca poteva essere una verità pericolosa.

Mi sono soffermata a considerare questo aspetto quando ho letto un episodio curioso del racconto. Sulla Luna la libertà di pensiero non è permessa, proprio come sulla Terra, perché L’altro mondo è tutt’altro che un’utopia; così, quando Cyrano osa affermare in presenza di alcuni cortigiani che la Terra è un mondo abitato, al quale la Luna fa semplicemente da satellite, le gerarchie ecclesiastiche lunari vengono immediatamente informate dell’accaduto e, indignate, costringono il protagonista all’abiura. Cyrano deve perciò girare per tutte le maggiori piazze della città in cui si trova, gridando:

Gente, io vi dichiaro che questa Luna non è una Luna ma un Mondo; e che quel Mondo laggiù non è un Mondo, ma una Luna. Questo è ciò che i sacerdoti trovano conveniente che voi crediate.

Che vi ricorda?

Galileo, ovviamente Galileo. L’allusione è voluta ed evidente. Se si tiene conto che il processo all’astronomo risale al 1633, cioè a nemmeno vent’anni prima della composizione dell’Altro mondo (1648-1649), bisogna riconoscere che la presa di posizione di Cyrano è netta e coraggiosa. Il suo infatti non è soltanto un racconto fantastico dove si accumulano dettagli comici e discussioni più serie sulla scienza e sulla morale, ma è anche un’amara denuncia: per avere la possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero bisogna andare fino all’altro mondo, sembra volerci dire Cyrano. Ma non è detto che sia sufficiente.


Per chi legge senza difficoltà il francese, L’altro mondo o gli stati e gli imperi della Luna è disponibile gratuitamente in pdf a questo link.

Per chi volesse approfondire, segnalo Cyrano sulla luna, un bell’articolo scritto da Italo Calvino per “La Repubblica” nel 1982, ora pubblicato anche in Perché leggere i classici. Secondo Calvino, Cyrano «non vuole tanto illustrare una teoria o difendere una tesi quanto mettere in moto una giostra d’invenzioni che equivalgano sul piano dell’immaginazione e del linguaggio a quel che la nuova filosofia e la nuova scienza stanno mettendo in moto sul piano del pensiero. Nel suo Altro mondo non è la coerenza delle idee che conta, ma il divertimento e la libertà con cui egli si vale di tutti gli stimoli intellettuali che gli vanno a genio. È il conte philosophique che comincia: e questo non vuol dire racconto con una tesi da dimostrare, ma racconto in cui le idee appaiono e scompaiono e si prendono in giro a vicenda, per il gusto di chi ha abbastanza confidenza con esse per saperci giocare anche quando le prende sul serio».

Chi ben comincia

Chiamatemi Ismaele. Alcuni anni fa − non importa quanti esattamente − avendo pochi o punti denari in tasca e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo. È un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in strada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. Questo è il mio surrogato della pistola e della pallottola. Con un bel gesto filosofico Catone si getta sulla spada: io cheto cheto mi metto in mare. Non c’è nulla di sorprendente in questo. Se soltanto lo sapessero, quasi tutti gli uomini nutrirebbero, una volta o l’altra, ciascuno nella sua misura, su per giù gli stessi sentimenti che nutro io verso l’oceano.

Va bene, lui non ha bisogno di presentazioni. Appena dici «Chiamatemi Ismaele», quasi tutti magicamente pensano a una nave, a un capitano pazzo e a una balena bianca. Poi sì, ci sono anche quelli che ti guardano imbarazzati (… Ismaele chi?), ma questa è un’altra storia e pazienza, non sanno quello che si perdono. Comunque non sono in molti: anche chi non ha mai letto Moby Dick in genere sa come comincia, perché «Chiamatemi Ismaele» è come «Nel mezzo del cammin di nostra vita», magari non è che hai letto proprio tutti tutti tutti i canti del Purgatorio e del Paradiso, ma «Nel mezzo del cammin di nostra vita» ti sarà pur capitato una volta davanti agli occhi, no?

Quando lessi le prime righe di Moby Dick, tanti anni fa, finii subito dall’altra parte del mondo, pronta a imbarcarmi con Ismaele sulla prima baleniera che mi fosse capitata a tiro. Considerando che nella vita vera sono una delle persone più schizzinose del mondo e che la mia propensione per l’avventura è pari a “in tenda ci dormi te, io vado in albergo”, non era una cosa da poco.  Ero entrata in un mondo nuovo e non vedevo l’ora di esplorarlo, quelle prime righe mi sembravano una promessa di avventure e di meraviglie. D’altra parte non sono io la prima a pensare che questo sia uno degli incipit più belli di tutta la storia della letteratura… Poi vabbè. Vorrei dire che ho per tutto Moby Dick l’amore che ho per la sua formidabile prima pagina, ma no. Ci sono state le avventure e le meraviglie e c’è stata pure la noia di quei capitoli che sembrano un trattato di cetologia, c’è stata la folle ossessione del capitano Achab che alla lunga ha iniziato a respingermi, c’è stata alla fine un po’ di voglia di scendere a terra perché avevo bisogno di altri panorami, altre atmosfere e tutto quel pathos così violento iniziava a soffocarmi. Insomma, come per i marinai del Pequod anche per me l’inseguimento di Moby Dick è stato un viaggio lungo e faticoso. Bello sì, ma non il mio viaggio ideale.

Resta il fatto che, senza quella fantastica prima pagina, io forse sul Pequod non ci sarei mai salita. Questo mi ha fatto pensare a tutti gli incipit che negli anni, per un verso o per l’altro, mi hanno colpito e mi hanno promesso grandi cose. Questa è la mia piccola antologia.

Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza  e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione. Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi; eravamo tutti diretti al cielo, eravamo tutti diretti a quell’altra parte − a farla breve, gli anni erano così simili ai nostri,  che alcuni i quali li conoscevano profondamente sostenevano che, in bene o in male, se ne potesse parlare soltanto al superlativo. Un re dalla grossa mandibola e una regina dall’aspetto volgare sedevano sul trono d’Inghilterra; un re dalla grossa mandibola e una regina dal leggiadro volto, sul trono di Francia. In entrambi i Paesi ai signori dalle riserve di Stato del pane e del pesce era chiaro più del cristallo che tutto in generale andava nel miglior ordine possibile e nel più duraturo assetto del mondo.

Charles Dickens, Racconto di due città

Be’ ovviamente Dickens è capacissimo di mantenere quel che promette. Perdersi fra le sue pagine è una delle sensazioni migliori, sempre.

Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.

Lev Tolstoj, Anna Karenina

Questa è una grande verità e quel genio di Tolstoj te la butta lì come se fosse una cosa ovvia, ma io prima di leggere Anna Karenina non mi ero mai soffermata a rifletterci. Poi diciamo che non ho potuto farne a meno, perché tutto il resto del libro parla di famiglie felici e famiglie infelici, con grande sottigliezza e con attenzione. I personaggi sono vivissimi e verissimi, come sempre in Tolstoj, e provano sentimenti e fanno scelte che condizionano per sempre le loro vite, e magari oggi non sarebbe così inesorabile questo per sempre, ma allora lo era, o almeno per l’autore lo era, e tu non hai altra scelta che gioire con Kitty e Levin e soffrire con Anna e andare avanti, perché quel disgraziato di Tolstoj scrive così bene che tanto non puoi smettere…

Era nato col dono del riso e la sensazione che il mondo fosse folle. E questo era tutto il suo patrimonio.

Rafael Sabatini, Scaramouche

Oh, questo lo adoro. Lo conoscono in pochi, forse qualcuno in più ora che la Donzelli lo ha ripubblicato… Un romanzo di cappa e spada ambientato all’epoca della Rivoluzione francese, un protagonista cinico che prima fa l’avvocato, poi per i casi della vita e dei romanzi si ritrova a fare il commediante e alla fine diventa spadaccino spinto dagli ideali. Rafael Sabatini non è Melville, non è Dickens e non è Tolstoj, ma scrive dialoghi dalle battute folgoranti e sa tenere il lettore incollato alle pagine. Se poi il lettore in questione è pure amante del genere cappa e spada, come me, allora proprio non c’è scampo…

Era una gioia appiccare il fuoco.
Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia. Col suo elmetto simbolicamente numerato 451 sulla stolida testa, con gli occhi tutta una fiamma arancione al pensiero di quanto sarebbe accaduto la prossima volta, l’uomo premette il bottone dell’accensione, e la casa sussultò in una fiammata divorante che prese ad arroventare il cielo vespertino, poi a ingiallirlo e infine ad annerirlo. Egli camminava dentro una folata di lucciole. Voleva soprattutto, come nell’antico scherzo, spingere un marshmallow su un bastone dentro la fornace, mentre i libri, sbatacchiando le ali di piccione, morivano sulla veranda e nel giardinetto della casa, salivano in vortici sfavillanti e svolazzavano via portati da un vento fatto nero dall’incendio.

Ray Bradbury, Fahrenheit 451

Un vero incubo che ci si materializza davanti agli occhi. Terribile e perfetto. Amo Bradbury e il romanzo è bellissimo, non poteva cominciare meglio di così: in mezzo alle fiamme e al disastro. Per tutto il tempo hai questi incendi davanti agli occhi, questi libri che finiscono in cenere e scintille e continui a chiederti come sia possibile, e se qualcuno riuscirà a fermare la catastrofe. E poi pensi ai roghi di libri che sono stati fatti davvero e ti sale la rabbia, e devi continuare a leggere, per forza.

E per finire naturalmente l’immortale:

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ora, per me già solo il fatto che Dante abbia pensato di raccontare un viaggio attraverso i tre i regni dell’Oltretomba, che è insieme un’avventura, una scoperta, un’enciclopedia del sapere e soprattutto un percorso verso la salvezza è qualcosa di incredibile: devi essere pazzo per concepire un progetto del genere. Pazzo oppure straordinariamente ambizioso, e geniale. Figuriamoci poi per portarlo a compimento. Tutto. E pure in rima. Veramente, per me Dante è inarrivabile. Il che non significa che io sia andata in estasi a ogni canto del Purgatorio e del Paradiso eh, ci sono pure quelli noiosetti, ma insomma, è normale: d’altra parte gli antichi dicevano che anche il bravo Omero talvolta sonnecchia. Comunque, tornando all’incipit… La selva oscura è il peccato, dicono i commenti. E sicuramente è vero, ma non posso fare a meno di pensare anche a tutte le avventure e le fiabe in cui il protagonista si perde nel bosco: è un tema ricorrente, universale. Poi sì, lo so che ovviamente c’è una certa differenza fra Dante e Pollicino, per dire, ma penso che uno dei motivi per cui si continua a leggere la Commedia sia il fatto che può parlare a tutti: al di là della lingua difficile, al di là della politica dei Guelfi e dei Ghibellini, prima di tutto la storia comincia da un uomo che a un certo punto si è guardato intorno e ha capito di aver perso la strada. C’è qualcuno a cui non sia successo, almeno una volta nella vita?

E voi? Quali sono i vostri incipit preferiti?

 

M-inizio

Capitano Alatriste

C’è un’opinione sbagliata per cui la letteratura deve necessariamente essere profonda e noiosa, oppure divertente e superficiale. Questo è falso: deve essere insieme profonda e amena, deve far riflettere e divertire…

(Arturo Pérez-Reverte)

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Questa foto l’ho scattata l’estate scorsa in una libreria di San Francisco. Il cartello mi aveva fatto sorridere perché io sono una di quelle che fanno amicizia con i personaggi dei romanzi, mi ci affeziono come se fossero persone vere. Spesso mi dispiace lasciarli andare alla fine del libro. Non so, ho sofferto per Isabel Archer e per quella gabbia da cui rinuncia a fuggire, le avrei proprio voluto dire vattene, ma chi te lo fa fare a restare con quella persona orribile. Avrei tanto voluto abbracciare Natasha, nei momenti di dolore e poi nei momenti di felicità nuova. Ho maledetto Jo perché non si è innamorata di Laurie, ma l’ho amata per tutto il resto. Ho voluto bene a Jean Valjean fino all’ultima riga dell’ultima pagina. Ho fatto sempre il tifo per Edmon Dantes, a parte il fatto che dovevo assolutamente sapere come sarebbe andata a finire la sua storia. Ho partecipato all’amicizia fra Legolas e Gimli e ho pensato evviva Sam, meno male che c’è Sam, come farebbe quella palla di Frodo senza di lui…

Non mi viene in mente altro personaggio però a cui io mi sia tanto affezionata quanto ai tre (quattro) moschettieri. Riconosco senza problemi di avere una felice fissazione per loro, ripercorro senza stancarmi le loro avventure e vado anche in cerca di chi, dopo Dumas, ha scritto di loro. Amo l’esuberanza e l’avventatezza di d’Artagnan, amo Aramis che cade sempre in piedi con un’eleganza impareggiabile, amo Porthos che è un gigante forte, sbruffone e ingenuo, amo Athos che beve in silenzio, cupo, triste e dal cuore grande, amo l’ironia di Dumas e amo anche la sua serietà. Il fatto che abbia voluto scrivere una trilogia è per me un regalo bellissimo: mi piace vedere questi personaggi crescere, e poi invecchiare. Mi piace vedere come la loro amicizia scricchioli ma alla fine resista ai calcoli, alle fazioni politiche opposte, al cinismo. Provo simpatia per d’Artagnan, che perde l’avventatezza senza perdere il coraggio, sono contenta per Athos, che trova un nuovo scopo nella vita, mi fa sorridere Porthos che ha fatto fortuna e Aramis che è sempre un volpone, non poteva diventare altro che gesuita…

Questa fissazione coi moschettieri ovviamente porta con sé anche la passione per un genere oggi decisamente fuori moda, quello dei romanzi di cappa e spada, così era destino che prima o poi sarei arrivata al Capitano Alatriste, di Arturo Pérez-Reverte. Ce l’avevo da un sacco di tempo in libreria, mi stava aspettando…

In realtà si tratta del primo di una serie che al momento comprende sette romanzi. Io ora sto leggendo il secondo (Purezza di sangue), e un’idea me la sono fatta: dire che questi sono romanzi di cappa e spada è quantomeno riduttivo. Si tratta di veri e propri affreschi storici, che ritraggono le glorie ma soprattutto la decadenza della Spagna del Seicento, grande potenza logorata dalla corruzione, dalle ingiustizie sociali, dall’oscurantismo religioso, dalle crudeltà dell’Inquisizione. Tra le pagine appaiono, a volte con ruoli di rilievo, anche personaggi realmente esistiti come il poeta Francisco de Quevedo, il pittore Velasquez, il conte di Olivares e anche il duca di Buckingham (lo stesso dei Tre moschettieri, per capirci). La scrittura è bellissima, eppure il tono amaro che affiora spesso mi ha fatto pensare che Arturo Pérez-Reverte nel creare questi romanzi non abbia pensato solo al triste declino della Spagna del secolo d’oro, ma anche a quello dell’Europa di questi tempi, di cui nelle interviste ha parlato spesso (ad esempio qui).

Diego Alatriste y Tenorio si muove dunque in questo affresco di una Spagna insieme splendida e desolante: è un soldato in congedo per ferite di guerra e si guadagna da vivere come mercenario che mette la sua spada al servizio del miglior offerente, trovandosi coinvolto in avventure pericolose e appassionanti. Impavido, freddo, malinconico, di poche parole, ha comunque un suo codice d’onore, è leale nei confronti degli amici e prova un rude affetto per Iñigo, il figlio di un suo compagno d’armi morto in battaglia, che gli è stato affidato.

Iñigo ha tredici anni: è curioso, in gamba, affezionato al Capitano e perdutamente innamorato della perfida, bellissima e biondissima Angélica de Alquézar. La sua è la voce narrante del romanzo; Iñigo però racconta le avventure del Capitano quando è ormai adulto, e così possiamo seguire gli eventi in una duplice prospettiva: a volte attraverso lo sguardo incantato del ragazzino che era, pieno di meraviglia nell’aggirarsi per le strade di Madrid, e a volte attraverso lo sguardo disilluso, risentito, addolorato del vecchio soldato che ne ha viste tante. L’alternanza dei due punti di vista è un bell’espediente, perché secondo me dà una misura concreta del passare del tempo e del cambiamento degli uomini e degli eventi; inoltre è facile immedesimarsi nell’ammirazione che il giovane Iñigo (ma anche il vecchio Iñigo) prova nei confronti del Capitano, che pur non essendo esattamente un eroe che combatte per degli ideali, cerca comunque – il più delle volte – di rimanere coerente con se stesso e con la sua idea di onore.

Qualcuno ha detto che se Dumas avesse conosciuto Alatriste ne avrebbe fatto senza dubbio il quinto moschettiere. Di questo non sono così sicura, perché Alatriste non ha nulla dell’entusiasmo giovanile dei tre (sempre quattro) moschettieri ed è comunque molto più cupo del d’Artagnan invecchiato del Visconte di Bragelonne, che pure è smaliziato e un po’ indurito. Decisamente Pérez-Reverte deve essere più pessimista di quanto non fosse Dumas…

Alatriste è un guerriero stanco, che non viene meno al suo dovere, ma ha perso illusioni e speranze con gli anni e con le guerre: «poteva mostrare rispetto per un Dio che gli era indifferente, battersi per una causa in cui non credeva, ubriacarsi con un nemico, o morire per un maestro di campo o un re che disprezzava», scrive Pérez-Reverte in Purezza di sangue; però, anche con tutto questo, mi sto decisamente affezionando a lui. Mi piace il suo realismo, il suo coraggio, il fatto che abbia comunque il senso dell’onore e della giustizia, e di sicuro anche quel certo fascino da tenebroso – non necessariamente bello – non guasta. Mi piacciono le sue avventure dal ritmo incalzante, piene di duelli e di agguati ma niente affatto superficiali. L’idea che mi aspettino almeno altri cinque romanzi è una mia piccola riserva di felicità…

 

Il gruppo di lettura

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Leggere per me è un rifugio, un modo per andarmene altrove e per starmene per i santi, beati fatti miei. Il fatto che io abbia cominciato a leggere con passione intorno agli undici anni, per merito di una professoressa d’italiano a cui non sarò mai grata abbastanza, ha contribuito a farmi sviluppare piuttosto presto una certa abitudine (e un certo gusto) a cercare la compagnia dei personaggi di carta che popolavano le belle storie in cui mi perdevo, lasciandomi il privilegio, nella vita vera, di scegliermi solo e soltanto gli amici che dicevo io, senza sentire la necessità, nemmeno durante l’adolescenza, di farmi accettare da persone di cui in realtà non m’importava niente. Poi certo, con gli anni ho imparato “quel po’ d’ipocrisia che è necessaria alla vita adulta”, come diceva un’altra mia benemerita professoressa, ma in sostanza non è cambiato molto… Senza esagerare, leggere è davvero una delle cose che hanno dato forma a quello che sono. Il che, tra le molte altre cose, significa una persona che non prova alcun senso di smarrimento, noia o fastidio a starsene per i fatti propri in compagnia di un libro, purché il libro sia bello.

Bene. Tutto questo per dire che l’idea di un gruppo di lettura sembra una contraddizione in termini, dato che la lettura è una delle attività più voluttuosamente solitarie che ci siano. Gruppo de che? Eppure quando abitavo e lavoravo a Verona facevo parte di un book club, in cui ero stata gentilmente introdotta da un collega. Leggevamo romanzi in inglese e ci vedevamo a cena una volta al mese per discuterne. Per la verità le discussioni iniziavano dai romanzi e poi si finiva a parlare di vacanze, figli, amori, ricette, teatro… eravamo allegramente indisciplinati e non ce ne importava niente. E io avevo sviluppato una capacità straordinaria di parlare di libri mai letti o mai finiti con una faccia di bronzo incredibile, perché non è che tutti i romanzi che venivano proposti mi piacessero. E leggere un libro che non mi prende perché l’ho deciso io è un conto, ma se l’hanno deciso gli altri anche no, grazie… eppure, perché rinunciare a una ridanciana serata insieme a tanta bella gente?

Una volta tornata a Roma, non ho più fatto parte di un book club. D’altra parte mi si era rivoluzionata la vita in pochi mesi e avevo altro per la testa, quindi ero semplicemente tornata a leggere per conto mio… E così sono passati due anni, finché, quest’estate, una collega che non conoscevo mi ha beccato in ascensore con un libro in mano. E mi ha proposto di dare il via a un gruppo di lettura al lavoro, in pausa pranzo. L’idea era quella di vederci una volta al mese in qualche sala riunioni vuota. Inaspettatamente, dopo le ferie siamo davvero riuscite a organizzarci per mettere in pratica il nostro progetto, e abbiamo raccolto un gruppetto piuttosto nutrito. Il primo incontro è stato piacevole, anche se non ci conosciamo ancora bene tra di noi e ci vorrà un po’ di tempo per scioglierci. Mi sono ricordata delle vecchie, divertenti riunioni in pizzeria e certo mi ha fatto effetto trovarmi invece nell’elegante salone di una banca, ma poi abbiamo iniziato a parlare e sì, avevamo un terreno comune. Ha funzionato. Ha avuto senso impegnarsi per farlo funzionare, e di questo sono contenta.

Il nostro primo libro comunque è stato La sovrana lettrice, di Alan Bennett (Adelphi, 2007, 95 pagine), davvero delizioso, divertente e garbato. Parla della Regina Elisabetta che scopre il piacere della lettura in tarda età, e delle conseguenze che il suo nuovo hobby ha su di lei, sul programma dei vari eventi ufficiali di cui sono costellate le sue giornate, sulla famiglia reale, sulle persone che lavorano a Buckingham Palace… Il tutto condito da una spolverata di sottile humor inglese e da un colpo di scena finale. Davvero un gioellino!

Questo libretto però non è solo un racconto divertente, è anche una riflessione sul significato e gli effetti della lettura, che ci allontana dagli altri perché ci fa amare la solitudine, e allo stesso tempo ci fa sentire più vicini agli altri quando poi usciamo dal nostro eremo e abbiamo voglia di tornare nel mondo. «Leggere vuol dire sottrarsi», dice infatti il segretario privato della Regina, e secondo me per certi versi ha ragione; eppure leggere ci aiuta anche a capire meglio gli altri, ci rende più empatici, e per questo parlando della Regina che pensa a Norman, un ragazzo della servitù, Bennett scrive:

La sfiorò il pensiero che per qualche ragione le tenesse il muso, un comportamento che le era stato riservato raramente, tranne che da parte di qualche bambino o, a volte, di un ministro. I sudditi in genere non tenevano il muso alla regina, non rientrava nei loro diritti; un tempo sarebbero stati rinchiusi nella Torre. Ma le venne anche in mente che qualche anno prima non avrebbe affatto notato cosa faceva Norman o chiunque altro, e che se adesso ci badava era perché ne sapeva di più dei sentimenti delle persone e riusciva a mettersi nei panni degli altri.

(D’altra parte non siamo mica solo io e Bennett a pensare che leggere romanzi aiuti a sviluppare l’empatia… alla faccia di chi pensa che dedicarsi alla narrativa sia una perdita di tempo: http://www.repubblica.it/scienze/2016/07/24/news/leggere_romanzi_ci_fa_stare_bene_con_gli_altri-144714404/ )

L’altra cosa che mi ha colpito di questo libretto è la riflessione sui limiti della lettura. «Leggere non è agire», conclude a un certo punto la Regina, e anche questo è vero. E infatti una delle cose che ho imparato nel tempo è che sì, puoi trovare rifugio, conforto e anche compagnia nei libri, ma poi devi anche ricordarti di affacciarti nel mondo e nella tua vita, per cercare o creare cose belle di cui essere felice, e per impegnarti a cambiare quello che non ti piace… E spesso è una fatica eh, però ne vale la pena.